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    Anello delle Sarodine dalla val Settimana
    Prealpi Carniche
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    Anello delle Sarodine dalla val Settimana
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I percorsi di SentieriNaturaV05

Anello delle Sarodine dalla val Settimana

Avvicinamento

Per imboccare la rotabile della Val Settimana si risale lungamente la val Cellina da Montereale a Barcis ed oltre fino al ponte sul torrente Cimoliana poco prima di Cimolais. Qui si devia a destra in direzione di Claut ma senza raggiungere l'abitato si imbocca, sulla sinistra, la strada che si inoltra nella Val Settimana seguendo le indicazioni per il rifugio Pussa. La strada per gran parte sterrata, dopo un lungo tragitto di circa 14 km si esaurisce alla testata della valle dove è possibile parcheggiare (m 920, ampio spiazzo, informarsi sulla percorribilità).

Descrizione

Raggiunto in pochi minuti il vicino rifugio Pussa, l'escursione ha inizio lungo il segnavia CAI n.364 per forcella Lareseit (cartello). Ci si innalza con una diagonale nel bosco sopra il rifugio andando ben presto ad imboccare il vallone del rio Stuet, dove il sentiero corre a mezza costa alto sul greto del torrente, percorrendo un tratto quasi in falsopiano. Lasciata a sinistra la diramazione per casera Col de Post, si prosegue lungo il segnavia principale incontrando un primo greto che si attraversa facilmente. Dopo il successivo traverso si incontra un secondo impluvio, un poco più ampio, che ha richiesto qualche rinforzo in legno. Oltre questo il sentiero si inoltra ancora nel vallone poi con un deciso cambio di direzione si porta sul costone che delimita la valle Libertan all’interno di un bel bosco di faggio e abete bianco. Il sentiero prosegue ora con andamento abbastanza inconsueto, compiendo ampie svolte dalla pendenza assai modesta che ci portano ad intersecare numerose volte i piccoli greti che solcano il bosco. A quota 1500 circa si raggiunge una zona più aperta tra larici e bassi cespugli dove il sentiero si fa meno evidente. Facendo attenzione ad una vistosa segnalazione si traversa ancora per un tratto poi il sentiero si impenna decisamente lungo le pendici della Cima di Podinuz raggiungendo un costone con bella visuale sulla dorsale delle Sarodine. Ancora una breve salita tra mughi e larici, qualche saliscendi e si raggiunge il tormentato crinale di forcella Lareseit (m 1755) dove è facile sorprendere i camosci. Lasciata a destra la traccia che scende verso la valle dell’Orso (cartello), si percorre piacevolmente il primo tratto del crinale tra cespugli di ginestra e rododendro irsuto. Una brusca interruzione obbliga a scendere ripidamente sulla destra fino ad un intaglio. Riguadagnato uno sperone roccioso, si aggira, aiutandosi con i mughi, un breve tratto franato dal quale il sentiero cala nuovamente per assecondare una costola rocciosa. Infine, tagliando un ripido pendio su una esile traccia aperta tra baranci e gradoni erbosi, ci si innesta sul segnavia CAI n.373 che proviene da destra (cartello). Tramite questo si risale verso la Cima Camosci sfiorandone la panoramica vetta (m 1806) ed affacciandosi sulla lunga dorsale che ci attende.
Sulla direttiva indicata da alcuni paletti ci si abbassa verso il passo Lareseit dove fiorisce a luglio il giglio dorato. Successivamente si riprende quota iniziando a traversare le pendici meridionali della Cima di Chiavalli su una traccia ricavata tra i mughi. Ginestre e zolle erbose riducono spesso il tracciato utile costringendo il piede a poggiare su terreno inclinato e malagevole. Aggirata la quota principale il sentiero si accosta al passo di Chiavalli, coincidendo per un buon tratto con il crinale. E’ questo uno dei punti più panoramici della traversata in quanto la visuale si apre a tutta la zona montuosa di Forni di Sotto spingendosi fino alle lontane Tre Cime di Lavaredo. Da qui il sentiero inizia a perdere quota lungo le pendici della Cima delle Sarodine poi con qualche ulteriore saliscendi si porta a ridosso della omonima forcella. Tralasciato a sinistra il bivio con il segnavia CAI n.387 (dismesso) si perviene dopo una breve risalita al piccolo intaglio di forcella delle Sarodine. Posto a 1810 m di quota, questo solitario valico tra la val di Rua e la Val Settimana è affacciato su una estesa conca detritica.
Su un buon sentiero recentemente consolidato, dalla forcella si traversa il ripido ghiaione che scende dalle pendici settentrionali del monte Rua. Successivamente, con una breve contropendenza, si guadagna un costone affacciato sulla testata della val di Rua e sul passo di Suola. Si perde nuovamente quota scendendo nel catino erboso sottostante dove ci si innesta sul segnavia CAI n.368 che proviene da destra. Con una serie di svolte lungo praterie ricoperte dal ranuncolo alpestre il sentiero raggiunge anche la ampia insellatura del passo di Suola (m 1994) dove spesso pascolano gli stambecchi. Seguendo le indicazioni per forcella Rua Alta si prende a sinistra (cartello), percorrendo un primo tratto in comune con il sentiero Barini. Alle diramazioni successive (cartelli) ci si tiene sempre a sinistra traversando verso la base delle pareti. Ben presto il sentiero si impenna lungo un pendio friabile colonizzato dal papavero giallo e faticosamente raggiunge un pulpito roccioso. Da qui si prosegue lungo una cengia a ridosso di pareti aggettanti sulle quali fiorisce numeroso il raponzolo di roccia. Ancora una breve risalita e si raggiunge il punto più alto dell’escursione in corrispondenza di forcella Rua Alta (m 2144), affacciata sulla conca di casera Pramaggiore. Dalla forcella si traversa lungo una buona traccia per andare ad intersecare il sentiero che punta in basso verso il grande pianoro sottostante. Si scende su terreno ripido ma facile perdendo rapidamente quota dapprima per balze erbose poi intersecando alcuni rivoli ghiaiosi. Infine per prati si raggiunge il fondo della conca, pochi metri sopra il piccolo ricovero di casera Pramaggiore (m 1812). Il ricovero è un piccolo ed accogliente edificio costruito sui resti della vecchia casera Pramaggiore che consente anche il pernottamento ad un limitato gruppo di persone. Oltrepassato l’orlo inferiore del grande catino si attraversa una conca disseminata di larici e bassi mughi. Percorsa una ampia ansa su terreno più ripido, si cala ad attraversare il piccolo alveo del torrente Ciol de Pes su una passerella in legno. La discesa prosegue poi lungo un costone boscato a faggio e abete rosso che si esaurisce sul greto del torrente che solca la valle delle Merie. Dopo la inevitabile ma breve risalita, si lascia a sinistra il bivio per la casera Col de Post e si percorre l’aerea mulattiera che traversa alta sopra il vallone. Ancora una serie di tornanti lungo la Costa da Nada e si arriva alla rotabile della Val Settimana nei pressi di una bella cascata. Non resta che seguire la strada a sinistra per circa un km fino a ricongiungersi con il parcheggio di fondovalle.

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri del Vento
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Luglio
Carta Tabacco
021
Dislivello
1600
Lunghezza Km
18,6
Altitudine min
911
Altitudine max
2144
Tempi
Dati aggiornati al
2005
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  • 24/06/2014 L’idea è quella di ampliare l’anello dividendolo in due giornate. Lascio l’auto al Pussa e tra prati di orchidee maculate, cascate e transumanze varie imbocco il 370. Il troi sale adagio, gentile, mentre mi perdo nell’intenso rincorrersi delle farfalle. Poi il bosco si chiude, protettivo. Ma non buio. Decine di violacee fiammelle accompagnano l’incedere. I ciclamini oggi sembran ardere di colore. Dopo il bivio con il 388 il troi inizia a salire bene, io male. Giungo affannato al bel traverso ove emergono le crepe dell’inverno. Il percorso si sfaglia come pelle di mani che s’aprono al gelo. Ferito dal troppo peso, ma non a morte, i tratti più danneggiati infatti, non sono problematici. Raggiungo la casera in contemporanea con due scout in perlustrazione. In agosto ritorneranno in 60 dormendo in tenda su questi prati. Un brivido percorre la mia schiena e quella di due stambecchi che passano tranquilli a pochi metri. Tornerò solo dopo qualche ora in questo splendido bivacco, alla fine di una tormentata traversata in cresta. Il giorno successivo il sole scioglie i fantasmi e il Pramaggiore appare in tutta la sua massiccia bellezza mentre il Rua è un profilo scuro che si nota a fatica nella bruma. Finalmente Cornaget e Caserine si fan vedere ma la spensieratezza dura poco: è deciso, rifarò la tratteggiata per completar l’anello (vedi commento forca Rua). Di prima mattina gli appoggi sui terreni franati e franosi sembrano più insicuri, ma non c’è spazio per titubare. Una volta sul 373 torno in forcella. Il troi verso il passo di Suola pare smangiucchiato più del solito e striminzito per l’accumulo di detriti. Una volta sciolti i nevai sarà d’obbligo informarsi sul suo stato prima di percorrerlo. Non individuo la traccia per ascender le Sarodine e tagliandone le pendici trovo ancora un pezzo franato, per fortuna qui i mughi ci sono e fungono da ancora di salvezza emotiva rendendo i passi sicuri. Poi, come a risarcimento, un prato di botton d’oro e poco dopo un Gallo Forcello che sfreccia rumoroso verso il bosco sottostante. La punta del Chiarescon buca il fiato, tento ben tre volte di fermarmi per mangiare ed ammirarlo come merita, ma dopo un minuto, all’atto di aprire la stagnola, due o tre zecche risalgono veloci i pantaloni. Uff! Riparto verso Lareseit superando l’ennesimo piccolo franamento per poi sbuffare davanti al simpatico saliscendi spaccagambe. Diversi scalini si sono sgretolati, il friabile la fa da padrone e per fortuna lo percorro in salita. Sul paradisiaco pianoro, immortalato dallo splendido commento precedente, respiro, a fondo, a lungo. Quest’anno ogni giro, per quanto breve può nascondere ostacoli insormontabili o insidie, a ciascuno valutare se intraprendere o no il viaggio e quando tirare saggiamente i remi in barca conoscendo le assi del proprio vascello. Per quest’odissea in particolare ormai è fatta, come mi confessa un’escursionista proveniente dalla direzione opposta. Da qui solo il disagio di oltrepassare diversi schianti. Una pacchia! M’infilo nel bosco. Di colpo una farfalla gialla s’adagia sulla spallina del mio zaino, trasformando l’adrenalina residua in miele. Sguardi, sorrisi, occhi che brillano e altri sorrisi. Riparto adagio e lei sempre lì. Per quasi due ore! A volte punta allo zaino, ove potrei farle male senza volerlo, allora la faccio salir sulle dita e la poso nuovamente sulla spalla. La farfalla, in questo caso, non pesa (come ha scritto qualcuno) anzi, scioglie ogni muscolo, le ossa sembran trasformarsi in aria, i piedi non strillano più. Ad accentuare l’estasi, un sentiero che spiazza, svirgolando dove meno te l’aspetti. Ma chi ha disegnato questa discesa? Sembra non voler portare da nessuna parte se non verso la pace dei sensi, un troi contemplativo, da assecondare nel ritmo, nel dondolio, nei respiri. Profondi. In una curva, un grande faggio e crollato sull’impluvio da attraversare, quando, a dieci metri, parte un camoscio. La scena è irreale. Ha sentito il mio odore mentre il rio copriva il suono dei passi. L’istinto lo porta a partire quando, in volo, con il corpo disteso al momento del massimo slancio, gira il muso e mi vede. Io, immobile dall’inizio, lo vedo planare, sul faggio. Di ventre. La povera bestiola mulina le zampe in aria per diversi secondi prima di riuscire a fuggire, rassicurandomi poi sulle sue condizioni continuando a soffiare, sempre più distante. “Farfi” nel frattempo è rimasta a banchettare sulla spalla dello zaino. Nulla la tange, neanche i passaggi tra le fronde degli schianti ove io divento un contorsionista, sforzandomi più del normale per tutelare la mia fragile dispensatrice di leggerezza. A mezz’ora dal rifugio le ali del mio respiro volan via senza motivo, senza un saluto, lasciandomi la leggiadria degli innamorati. Con i piedi nel Settimana finalmente mangio un meritato panino, togliendo le ultime zecche ormai pasteggianti pure loro. Ma il sorriso non se ne va e ritorna, esondante, ad ogni rimembranza di quella infinita dolcezza, nascosta in un piccolo battito d’ali e capace di scoperchiare il mio cuore.(21 e 22.06.2014)
  • 06/07/2012 Errata corrige al mio commento precedente. Poiché la tripla E non esiste se non nella mia fantasia (Escursionisti Esperti Esagerati), ogni riferimento alla scala della difficoltà va decurtato di una E.
  • 22/06/2012 L’escursionista EE sogna talvolta di aggiungere una E alla propria condizione. Quella ambita E in più si para innanzi brutale a forcella Lareseit, ove il sogno si infrange, e tocca da qui guardare carponi l’apparenza di cresta che scende verso cima Camosci tra i mughi. Il dramma dell’EE si consuma qui davanti alle Sarodine che sfuggono via, davanti a questa crestina invalicabile che farebbe ridere l’ultima delle triple E. Qui il mondo si squarcia, il di qua e l’al di là irraggiungibile, e non resta che arretrare atterriti davanti allo spettacolo dell’EEE. Pazienza. Ci si accomoda allora all’ombra del confortevole praticello, ad affogare la propria inettitudine nel solito panino, ma timorosi che la montagna non ceda. La forcella accoglie come nel palmo di una mano, basta solo scendere un poco dai suoi polpastrelli sul vuoto e la pace vertiginosa del luogo, il senso di una solitudine ancestrale sarà a prenderti per consegnarti al paradiso. Dopo il breve sonno, interrotto da presunti tafani, i piedi nudi saranno neri di formiche e toccherà spostarsi, ma anche qui esse avide ti raggiungeranno. A portare fin qui è lungo sentiero bizzarro che svolge spire sapienti in fragrante bosco e placido fra voci argentine di torrenti, uno dietro l’altro al punto che si può tranquillamente dimenticare a casa la borraccia. A parte topolini tuffanti nelle foglie secche del faggio e rari minuscoli uccellini, non si fece incontro alcuno, né in tutta la Val Settimana non s’udii che il canto solitario di una mucca rupestre.
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