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    Anello di casera Centolina dalla Val Artugna
    Prealpi Bellunesi
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    Anello di casera Centolina dalla Val Artugna
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    Anello di casera Centolina dalla Val Artugna
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I percorsi di SentieriNaturaU02

Anello di casera Centolina dalla Val Artugna

Avvicinamento

Percorrendo la pedemontana pordenonese nel tratto compreso tra Aviano e Budoia si svolta verso Dardago. Dopo avere oltrepassato l’abitato si prosegue lungo la valle Artugna fino al ristorante Belvedere nei pressi del quale si parcheggia (m 428).

Descrizione

Dalla strada si imbocca a destra la pista interdetta ai veicoli (segnavia CAI n.990) che scende verso il greto portando in pochi minuti alla chiesetta di San Tomè. Da qui si prosegue per sentiero tagliando un ghiaione e passando sotto le incombenti Crode di San Tomè. In breve si giunge ad un bivio dove si tralascia la discesa verso Dardago e si prosegue a sinistra nella rada boscaglia a carpino nero. Dal pendio pietroso che origina dalle soprastanti pareti ci si porta ad un pulpito panoramico che domina la parte alta della valle Artugna. Da qui il sentiero inverte la direzione e con un paio di tornanti guadagna definitivamente la linea di una dorsale. Con pendenza via via decrescente si risale il filo della panoramica costa, lungo pendii erbosi alternati a qualche boschetto. La traccia si sposta talora sulla sinistra, traversando con aereo percorso sopra gli alti dirupi che racchiudono il vallone del torrente Cunaz. Giunti a sfiorare la strada che sale a Piancavallo, la si costeggia per un tratto giungendo in vista del grande complesso di antenne affacciato sulla pianura.
A questo punto il sentiero divalla leggermente sfiorando una macchia di faggi ed una vecchia casera (m 1084) poi si riaccosta alla strada rimanendo alcuni metri al di sotto. Ci si immette così su una ampia pista forestale che risale dolcemente il vallone della Stua. Attenzione dopo poco ad una deviazione segnalata sulla sinistra che ci porta ad iniziare il lungo traverso in direzione ovest. Dopo una breve risalita nel bosco di faggio si giunge ad un costone in vista di casera Sauc, dove la vegetazione arborea si dirada. Si segue ora la pista sterrata che sale dal fondovalle attraversando le aride pendici del monte Sauc, punteggiate da ginepri e roverelle, fino ad un tornante in corrispondenza di una piccola costruzione con punto di sosta. Le indicazioni ci invitano ora ad abbandonare la pista per iniziare a salire in diagonale su terreno erboso. Giunti ad una sorta di vallone, il sentiero riprende a salire con percorso tortuoso riagganciandosi più in alto alla strada sterrata (attenzione ai segnavia). Si prosegue lungo questa fino al tornante successivo (m 1385) in corrispondenza del quale si stacca il Troi delle Sterpe che utilizzeremo per scendere verso la Val Grande. La traccia taglia alcune pale erbose ripidissime che richiedono attenzione e dimestichezza con questo tipo di terreno e rappresenta senz’altro il tratto più impegnativo della escursione. Si inizia traversando quasi in falsopiano lungo un buon sentiero che va progressivamente facendosi meno marcato. Raggiunto un costone punteggiato dai ginepri la traccia perde quota rapidamente calando a ridosso di un pendio roccioso, quindi oltrepassa un piccolo scivolo di ghiaie proseguendo poi alla sua destra. Più in basso la pendenza si appiana ed il sentiero riprende a traversare su terreno migliore raccordandosi con il segnavia CAI n.984a che sale direttamente lungo la Costa del Pissol e che può essere utilizzato per un rientro anticipato.
Dal bivio ci si immette in breve nel solco della Val Grande dove si riprende a salire tra ghiaie grossolane e balze erbose, non senza fatica a causa del terreno un poco malagevole. Raggiunta una specie di conca pietrosa, si punta ancora in alto dove la vallecola si restringe sensibilmente. A questo punto il sentiero piega a sinistra immettendosi sul segnavia CAI n.984 che scende dalla casera Valle Friz. Lo si imbocca verso sinistra, in leggera discesa, seguendo le indicazioni per casera Centolina a cui si giunge in pochi minuti (m 1347). Della casera non rimangono che i muri perimetrali ed una radura erbosa ora invasa dai cespugli. Ripreso il sentiero ci si affaccia ben presto sul ciglio della Costa Lunga, in bella visuale sulla pianura pordenonese. Oltrepassati i resti di una casera, il sentiero si fa meno evidente tra le alte erbe ma è sufficiente seguire con attenzione i segnavia che ci portano ad attraversare un pendio arido disseminato di roccette affioranti. Proseguendo in discesa si arriva ad un terrazzamento prativo nei pressi di casera Val di Lama che ospita un piccolo abbeveratoio (m 1104). Si scende ancora sul filo del panoramico costone tra bassi arbusti, poi il sentiero rientra nella boscaglia di pino nero. In breve ci si affaccia sul versante sud passando accanto ai ruderi di casera Cjavalir. Si scende con una serie di ampi tornanti in direzione del Col Scussat giungendo in prossimità di un pianoro con betulle. Qui il sentiero scarta a sinistra e raggiunge un ulteriore bivio (cartello) dove si tralascia la prosecuzione per Mezzomonte per continuare a calare nel bosco a comode svolte. Si attraversa la strada che sale dalla Valle Artugna quindi si incontra un ultimo bivio col segnavia CAI n.984a. Il sentiero incrocia ancora la rotabile e prosegue oltre come larga forestale che in pochi minuti riconduce al punto di partenza. Avvertenze Volendo evitare il Troi delle Sterpe si può proseguire lungo la pista fino a casera Valle Friz e quindi scendere direttamente lungo il segnavia CAI n.984.

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri dell'Uomo
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Novembre
Carta Tabacco
012
Dislivello
1200
Lunghezza Km
14,9
Altitudine min
416
Altitudine max
1385
Tempi
Dati aggiornati al
2005
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  • 09/04/2017 Non so perchè, ma ho voluto ripercorrerlo a distanza di qualche anno con la variante che anziché proseguire lungo il segnavia 990 fino alla strada per Piancavallo, ho intersecato il torrente Artugna deviando a sinistra e raccordandomi poi con il 994 e finendo poi sulla strada che non immaginavo così frequentata da biciclettari (occhio occhio occhiooooo....mi urlano mentre zampetto al centro), faccio aèèena in tempo a spostarmi che rooaaarrrrrrrr un paio di moto rombano salendo; meno male che ad un tornante si becca il Troi delle Sterpe e si sta in pace....Innanzitutto io toglierei il vocabolo “troi” e gli lascerei solo “Sterpe”, sterpe e basta e rende molto bene l'idea dell'attuale situazione, ho attraversato il tratto compreso fra i due paletti visibili cercando una zolla su cui posare gli scarponi e confidando in un aiutino dall'Alto, sudato sangue, sbagliato anche traccia, mi stavo catapultando lungo la costa del Pissol, ma poi finalmente un sentiero, un sentiero che si fa percorrere e i ruderi di Centolina e i faggi e poi l'occhio che spazia mentre strani volatili verdi e arancio volteggiano intorno. Discesa comoda, a svolte, in relax, stupore fra le eleganti betulle, le piccole foglie verdi si muovono al vento leggero.
  • 29/03/2016 Percorso , non integrale , fatto ieri.Il 990 in effetti non segue la traccia sulla cresta del col del Lovo ma corre più basso verso il torrente , al bivio ho proseguito verso la Castaldia ma consiglio di svoltare a sx verso il 994 in quanto dal bivio Policreti in poi è praticamente impossibile proseguire senza ciaspole (la neve arriva anche a superare il metro).La Venezia delle Nevi è devastata da alberi caduti (penso una tromba d'aria) e frane.Meglio aspettare la buona stagione.
  • 18/12/2014 Dopo la pioggia del viaggio spunta il sole e un sorriso a prenderlo tutto. Mi infilo le scarpe e uno dopo l’altro gli spari sfregiano la val d’Artugna coi loro echi. Il sorriso scema. Ad ogni colpo aumenta il peso. L’impotenza. Voglio solo allontanarmi, salire, veloce. L’intenzione era prendere il 984a e poi dritto fino allo Zuc di Valliselle. Alla prima curva una salita. Appare un sentiero della memoria (994) che sulla carta non ricordo. Non c’è. M’interessa poco. Devo scappare, togliermi di dosso quei continui rintocchi di morte. Il troi, parallelo al 990, sale sul versante opposto, tagliando la mulattiera. Splendida la vista sulle balconate delle crode di San Tomè e sotto, sulle pozze di cielo scavate dal torrente Cunaz che fugge via rabbioso. A tratti anche il bosco sa di morto. I noccioli si fan neri, marci. Il vischio avviluppa gli altri nel suo abbraccio da sanguisuga. Poi i sassoni muschiati, abitanti immobili di tutte queste foreste, fan la loro comparsa. Più in alto riprendo il 990. Il troi delle Sterpe non fa troppa paura, se non fosse per la traccia spesso incerta e sormontata da altre che disegnan zoccoli e fantasie personali. Senza i paletti perdersi sarebbe facile. Sale la fumate. I segni latitano. Scelgo di zigzagar tra i piccoli cipressi. Mi paion amichevoli. Mi san di buono. Ma quei tuoni che san di polvere da sparo continuano. Ritornato sul 984 una parete mi soffia, instancabilmente. Celato dalla fumate non individuo l’ungulato spaurito. Sento solo le pietre rotolare. Punto verso casera valle Friz. Un elleboro verde è in bocciolo. Il bosco è da sogno. Finalmente il silenzio. Un altro mondo, fatto di foglie vive, bagnate e accese, di faiârs, di sassi impellicciati di verdi accesi. Ritorno ad abbracciare ogni cosa. Fino alla casera. Fino ad attraversar la strada, quando tutto si ricopre di un manto candido. Si notano i segnavia bianco e rossi. Sulle pietre e poi in terra. In un deja vu mi ricordo di Fargo. Ma non sono in un film dei fratelli Cohen. E’ la realtà. Non sono segnavia. E’ sangue. Una scia infinita. Divento pietra. Ci metto un po’ per accettare la realtà. I massi che sbucan dalla neve luccicano d’amaranto. Una scia continua. Lieve. Poi alcuni punti improvvisi dove il colore diventa acceso. Quando sbuffando dallo sforzo ancor più sangue gli cola dalla bocca e dalle ferite. Sale la rabbia, incontenibile si fa pianto, si fa dolore. La sofferenza e il terrore che poco prima han solcato quel sentiero mi entrano dentro. Devastandomi. La scia segue il troi, ancora, un tormento che non concede fughe verso i boschi. E’ un trascinarsi disperato per la via più scoperta. Non ha le forze per fuggir nei boschi intorno a sé. Dietro, le tracce degli scarponi. Sembran vicine, d’un’eccitazione senza fretta. Che pregusta il piacere, il vanto, l’orgoglio della codardia. Poco oltre i cartelli la scia si trasforma in pozza. E’ stato raggiunto. Dopo interminabili sofferenze, con gli occhi sbarrati dalla paura e dalla consapevolezza ineluttabile la bestia uccide l’animale. Le tracce di scarponi tornano indietro per caricare comodamente il tutto sull’auto che lo aspettava sulla strada. Un epilogo avvenuto prima del mio arrivo. Per me finisce qui. Sono un fantasma. Vago nel bosco bianco mentre inizia a nevicare. Il cielo pietoso vuol coprire quegli squarci di rosso. Quei fiocchi leggeri non cancelleranno nulla. Almeno in me. La doccia non lava quella patina straziante che m’avvolge. il sonno tormentato e breve non cicatrizza una giornata orribile che spero di riuscire a stipare il prima possibile nei buchi neri della memoria.(17.12.2014)
  • 27/11/2011 Il buon senso (che a detta di chi mi conosce, notoriamente mi difetta) dovrebbe indurmi a restare a riposo, ma il meteo continua a promettere sole e sole ancora, e allora come si da a rimanere rintanati? Un mese fa ho lasciata incompiuta questa escursione, sono indecisa se optare per il più breve tragitto proposto da Mazzilis o completare questo: decido, vadaper questo.Oggi non sono sola, mi faccio accompagnare (è per interesse, infatti domenica scorsa banale scivolata su un sasso bagnato su semplice percorso, la conseguenza una sublussazione alla spalla destra con immediato rientro i sede della testa omerale; oggi ben venga una compagnia...). Il parcheggio è ancora deserto, sono passate da poco le 7, è appena giorno, mentre infilo gli scarponi penso che tutto andrà bene, è una bella giornata, il sole si sta alzando, cielo terso, e conosco già buona parte del tracciato. Ci incamminiamo di buon passo, ma il mio accompagnatore fa rallentare il ritmo, ha recuperi lenti. Arriviamo all'altezza della galleria e prima di scendere verso la valle della Stua è necessario fare una sosta. Mi preoccupo perchè vado con la mente alla tanta strada che ci resta da percorrere... Ci rimettiamo in cammino, anch'io proseguo con attenzione, attenta a non scivolare. Dopo il bosco di faggi e la pista che sale dal fondovalle, al tornante ci immettiamo sul sentiero che taglia le pendice del Monte Sauc dove ho interrotto il tragitto un mese fa. La traccia si segue con difficoltà, il percorso è ripido e scivoloso a causa dell'erba alta ed asciutta, vedo il masso con segnavia presso il quale mi ero fermata e incapace di proseguire e vedo anche.....la strada sterrata non più di cento metri più a monte.. che beffa, era proprio lì, ero sicura che mancasse poco per raggiungerla ma la nebbia aveva disposto diversamente.Da lì adesso procediamo spediti fino all'inizio del Troi delle sterpe e qui il passo rallenta, il sentierino quasi scompare lungo quel ripidissimo versante, massima attenzione, mi carico di tensione. Dopo un tempo che mi pare infinito arriviamo al bivio con il sv 984a, direzione casera Centolina (solo ruderi), scendiamo tramite il sentiero 984, peccato che sulla pianura ci sia foschia altrimenti si potrebbe godere di una gran bella vista. Il ritorno al parcheggio avviene con calma e senza intoppi mentre il sole cala e il freddo si da sentire, pregusto una sosta al ristorante Chalet con una bevanda calda fra le mani.Loredana
  • 30/10/2011 La giornata si preannuncia bella, stelle brillanti e gobba a ponente. Mi metto in moto, attraverso Dardago e risalgo la strada che porta all'albergo Belvedere che non trovo perchè ora si chiama Chalet, c'è già qualche auto parcheggiata. Imbocco subito il sentiero che conduce alla chiesetta, è un itinerario naturalistico ben tabellato, predomina il suon dell'acqua più sotto, è il torrente Cunaz il cui scorrere pare un crescendo rossiniano.Passo accanto alla chiesetta e seguo il sentiero che subito si inerpica ripido, ovunque tracce di passaggio di cinghiali, quando il bosco si dirada il sentierino quasi scompare fra le erbe alte e le zolle; proseguo con attenzione a causa delle roccette affioranti e seminascoste dall'erba e all'esposizione, pochi segnavia, qualche paletto e compare la nebbia; il rumore delle auto mi dice che sto costeggiando la strada. Con un paio di saliscendi giungo in vista delle antenne, c'è una pista attrezzata per il lancio del parapendio; cammino a lato della strada fino alla galleria paramassi dove sul palo della luce trovo un segnavia. Scendo lungo il ghiaione , a tratti i rami hanno chiuso il passaggio, una grassa salamandra pezzata si muove goffamente, imbocco l'ampia pista forestale che seguo per poco; a sinistra vedo che scende una traccia non segnalata, sotto interseca un rio, un'occhiata alla cartina: è lì che devo proseguire. Poi risalgo nel fitto bosco di faggio, seguo il sentiero fino ad uscire sulla pista sterrata, la seguo a destra fino ad un tornante a quota 1150 da dove prosegue il sentiero 990, intanto la nebbia diventa più fitta, sale veloce. Proseguo con qualche difficoltà a causa della natura accidentata del terreno, della mancanza di visibilità che impedisce ogni riferimento visivo, rari i segnavia. a Quota 1280 trovo numerose tracce nell'erba alta, provo a seguirne alcune ma senza venirne a capo, le ore di luce che mi restano sono poche per cui decido di tornare indietro. Esco di nuovo sulla pista a quota 1150 e decido di utilizzare questa via per scendere a valle. E' la vecchia strada che unisce Dardago al Piancavallo, ora denominata sentiero della memoria 994; è tutta un ciotolo, qualche frana, spaccaginocchia, ma fortunatamente ci sono alcune scorciatoie segnalate che tagliano parecchi tornanti. Una di queste scorciatoie passa sopra ad una forra in fondo alla quale risalta una grande pozza cerulea formata dal torrente Cunaz che lì scorre impetuoso. In breve esco nuovamente nei pressi del parcheggio. Percorso per niente banale, da ripetersi con il sole, mai lasciare un'opera incompiuta. Loredana
  • 01/01/2011 Oltrepassata la costruzione privata presso il tornante della strada sterrata (dopo aver costeggiato la strada che porta a Piancavallo), attenzione alle segnalazioni, che dopo una ventina di minuti si fanno molto rade. Facile perdersi se c'è nebbia!
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    09/04/2017 la chiesetta di San Tomè
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