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Mont di Ledis

18-04-2016 22.26
askatasuna askatasuna
La relazione sul Bedede ha stuzzicato la mia curiosità invogliandomi a provare un anello del mont di Ledis, quindi per prima cosa un sentito grazie a Luciano! Posto qui il racconto e non nelle relazioni in quanto la salita credo ricalchi quella del sior Regattin, mentre la discesa è stata troppo legata all'istinto e allo sfogarsi nel bosco per dettagliarla. L'intenzione iniziale era d'individuare la traccia che sale direttamente a Manzis. Ma galeotto fu quel troi che mi tolse ogni lucidità! Ingentilito dal suo procedere in falsopiano, lascia filtrar la luce e qualche scorcio sulla val Venzonassa. La melodia ipnotica del fluir del torrente verso valle, scema l'attenzione. L'ebetitudine acuta giunge a gradi, passando per le prime Pinguicole, le amate Betulle e poi lui... il Mezereum! Mi accorgo della svista quando siamo ancora sul traverso, ma oramai accondiscendo un troi che mi ha in pugno. Evidentissimo e bollato, dopo aver piegato in direzione opposta, s'affievolisce. Lì delle tracce, molto meno evidenti ma fiutabili, s'inerpicano ripide. Le seguo scovando dei bolli scoloriti, quasi tutti su argentee schegge di betulle, in terra. Il mont di Ledis, così vicino agli abitati, dev'esser stato un nugolo di camminamenti. Credo d'averne seguito uno lungo il costone adiacente al Cuel Poscul, senza riallacciarmi (ne individuando) alla traccia che sale da Manzis. Mi sporgo tra le fronde in corrispondenza d'un belvedere roccioso. Sotto le Cime di Campo ed il Cadin corre beata la forestale percorsa qualche giorno fa. Poi l'attenzione si sposta sul lato B della catena del Chiampon. A fondovalle i verdi si fanno accesi e conquistano lentamente le fiancate, mentre in cima pulsano, ancora forti, le vene biancastre dell'inverno. Raggiunta la risicata cimotta del Bedede, salutiamo per l'ultima volta Chiampon e Lavara. La nuvolaglia, cola pesante, tinteggiando tutto di grigio. In una ventina di minuti saliamo facilmente al mont di Ledis col suo strano e circolare simbolo di vetta. Il panorama si salva solo verso la piana, lasciando tutto il protagonismo al Simeone e al Brancot. Giorgia fissa la cresta dentellata della Vetta del Sole, che le fa agitare i polpastrelli. Dove lei vede una divertente progressione su roccia, io scorgo una sbriciolante odissea. Dal lato opposto tutto si farà più chiaro. Per la discesa, ritornati alla forcelletta, incontriamo delle fettucce. Rugno. Provo a cercare per un attimo la successiva, poi parto. Sono venuto in cerca di libertà e preferisco puntar lo sguardo a valle e interpretar il terreno piuttosto che giocare ad una caccia al tesoro. I canaloni che scendono dalla forcella sono due. Entrambi percorribili. Scegliamo quello di sinistra, puntando lievemente nella stessa direzione fino a porci sul fianco di un impluvio asciutto e sassoso. In breve raggiungiamo i resti di una calcinaia ed uno spiazzo, sicuramente artificiale ed adibito alla produzione del carbone (pojate). Pochi metri dopo ci spostiamo sulla sinistra orografica del rio senza nome. Una traccia divalla placida verso levante per poi terminare in un costoncino invaso dagli arbusti. Si possono seguire i pochi e striminziti tornanti facendosi largo tra la vegetazione o l'asciutto letto del rio sulla sinistra. In ogni caso, il rio, lo si ritrova poco dopo. Appare così una grande vasca di cemento per la raccolta d'acqua, poi la lingua di pietrame si popola di diversi scheletri di bidoni ferrosi e giallastri. Pochi metri ed una chiarissima traccia vira verso destra, portando in un paio di minuti agli stavoli Barbin, o più esattamente allo stavolo Faliscje. Qui incontriamo Nerina. Approfittiamo della sua ospitalità per dilungarci in domande, ripercorrendo l'albero genealogico del casolare, cullandoci con le sue parole. Dichiarazioni d'amore nei confronti del nonno, del padre, e soprattutto di quei luoghi. Ci indica la scorciatoia per raggiungere la forcje di Ledis senza passare per il troi Cai. I giovani faggi sono in festa e agitano le ramaglie salutando il vento con i nuovi fazzolettini verdi. Poi, finalmente, si arriva a quel trampolino che ha visto in passato il mio babbo tuffarsi a valle, sciando per quelle ghiaie con le pedule, senza portarsi dietro le pesanti e antiche tavole di legno che regalavano una manciata di minuti di divertimento invernale scendendo dal Cuarnan. Mi tuffo anch'io, abbandonando il troi e fermandomi a tratti, tra gli schizzi di briciole di pietra, solo per alzare lo sguardo ed ammirare quelle assoggettanti pareti aprendo la bocca, per poi rituffarmi a valle. Il sole ci scalda sui Rivoli mentre camminiamo tra Camedri e Genziane. Fino ad approfittare delle ultime coccole all'immancabile mostra di Venzone, quella di Sarmede, fatta di sorrisi, fantasie e pindariche carezze colorate.(10.04.2016)
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20-04-2016 21.39
marco.raibl marco.raibl
Con Luca siamo invece scesi dal canalone a fianco.Si giunge obbligatoriamente a un tratto roccioso e incassato,trovando poi un bel sentiero zigzagante che porta ad intercettare una traccia non bollata ma evidente,che in breve porta alla forca di Ledis.Gran bel giro.Bosco fatto di tenerissime foglie.Cinguettii melodiosi.
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