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    Traversata di Sella Mogenza dalla Val Rio del Lago
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I percorsi di SentieriNaturaS35

Traversata di Sella Mogenza dalla Val Rio del Lago

Avvicinamento

Dalla località di Sella Nevea, raggiungibile da Chiusaforte attraverso la statale n.13 Pontebbana, scendere verso Cave del Predil per poco più di 5 km fino al ponte sul canale della Trincea. (m 989, cartello CAI, ampio parcheggio a destra sul greto). Qui si può giungere anche da Tarvisio risalendo la Val Rio del Lago.

Descrizione

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri del Silenzio
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Luglio
Carta Tabacco
019
Dislivello
1100
Lunghezza Km
10,1
Altitudine min
973
Altitudine max
1902
Tempi
Dati aggiornati al
2009
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  • 09/07/2016 09/07/2016-Dalla Val Rio del Lago saliti alla cresta tra le due Mogenze (per intenderci la sella con resti di postazioni prima del canalino di II). In una giornata particolarmente calda, belle fioriture accompagnano la salita (gigli, maggiociondoli profumati) finchè, in alto, fuori ormai dalla vegetazione, si entra nel mondo carsificato della Mogenza. Un ambiente particolare dove si cammina tra rocce fessurate e solcate dal carsismo. Dopo la natura anche l'uomo ci ha lavorato: resti di fortificazioni, muretti, caverne. Chiudo questo breve commento condividendo le sensazioni legate all'ambiente di chi prima e meglio di me ha scritto. Buone escursioni.
  • 03/10/2015 Mogenza Grande: Il bivacco Modonutti dorme sonni tranquilli, in disparte da occhi indiscreti. Fin qui degli sbiaditi bolli rossi che si posson presto dimenticare, poi, solo qualche ometto. A volte d’una pietra soltanto. A dispetto delle rarefatte indicazioni, prendo la via dei sentieri di guerra. Sorprendendomi dell’affollamento di manufatti nell’incipit del dedalo che m’aspetta ed in cui mai avrei immaginato d’avventurarmi. La via per la Mogenza Grande non è un sentiero, non si parte per giungere alla vetta. La meta è il viaggio stesso. Pochissimi sono i tratti in cui si riesce a continuare diritti in una direzione. E’ un labirinto infinito che rifugge ogni filo d’Arianna. Guai se dei segnavia o una relazione svelassero parte dei suoi ricami, o ancor peggio se questi fossero addirittura tracciati! Procedo d’istinto, o meglio, per tentativi. Mentre scelgo il punto migliore per saltare una profonda fenditura, scorgo delle sottili staffe arrugginite. Le testo tutte. Reggono. Chissà da quanti lustri son incatenate a quella parete e ormai dimenticate. Proseguo il cammino in gran parte senza riferimenti. A volte incontro delle pile di roccia e le assecondo. Poi si fan enigmatiche e continuo per le mie. Non ho molto tempo dopo la sosta sulla sorella minore e non posso perderne troppo a fare Sherlock Holmes. O forse, non ne ho proprio voglia. Pedinar gli ometti non ripara dai continui saliscendi, dalle piccole, numerosissime arrampicate, dallo stringer i mughi, dal vagar tra le cicatrici d’un carsismo che qui si dona all’eccesso. In nessun luogo da me visitato guadagnare una ventina di metri (non di dislivello, ma di distanza, s’intende) si è rivelato così articolato. Quella briciola di mappa che collega le due sorelle è un elogio alla follia! Per un paio d’ore calco la tela d’un quadro di Escher! Continui cambi di rotta, dietro-front repentini, vagheggianti puntate perpendicolari alla via per la cima. Ogni paio di passi, un rebus. Da risolvere con gli occhi prima e poi con le mani. Un’inceder che porta a dialogar con se stessi, a parlare alla scenografia. Afferrandone i capelli per passar risicatissime quanto brevi cenge, a dondolii sui rami, ad abbracciar la roccia chiedendo permesso, a sfiorar gli abissi o a calarsene con cautela per riemergere dopo qualche istante. Tutto è fulmineo. Ogni soluzione è fugace. Il tempo si dilata come in pochissimi altri luoghi. Qualche metro appena separa micromondi a sé stanti, voragini scolpite, fortini dell’ignoto. Giunto finalmente al suo cospetto scelgo di risalire un erto canalone per sfuggir alle carsiche insidie del Minotauro. Ma esse non terminano neanche quando s’è a pochi passi dalla sommità. Poi la cima. Dall’anno scorso è presente un libricino di vetta. Non tutti, io per primo, lascian le proprie tracce sulle picche. Ma osservare solo quattro firme, di cui due apposte dallo stesso cavese doc, sottolineano il carattere del Snežni Vrh! Mi sento strano. Il panorama fatica a farsi spazio dentro me. Sento la necessità di rituffarmi in quella barriera corallina. L’ampiezza mi soffoca. La vetta è solo un giro di boa, per rigettarsi in un errabondare dissennato. In un continuo sovrapporsi di domande e risposte. In un vagar demente che s’affida a visioni e miraggi. La via sud-occidentale alla Mogenza è un non-luogo. Un genocidio di logica e razionalità, un inno alla bizzarria, l’abbraccio tra l’immaginazione e il salvadi. Adatto a pochi/e. Non può tramutarsi in una sfida, né in una palestra. Entrarvi vuol dire abbandonarsi ai suoi capricci, votarsi al vagabondaggio, spogliarsi d’ogni certezza, svuotare le clessidre mentali, poggiar le pedule sui propri grovigli interiori che si sciolgono nell’indefinita e indecifrabile poesia del tutto.(02.10.2015)
  • 03/10/2015 S’inizia con un bosco placido, che accetta ben volentieri quel fresco sbuffare che dà inizio alle danze autunnali. Ad una curva abbandono il troi senza saperlo. Ipnotizzato da un gruppo d’alberi nudi. Da accarezzare. Sotto quella scorza dura si cela una pelle liscia, levigata dagli elementi e dal tempo. Un’altra anima. Poco dopo riemerge la mulattiera di guerra. La riconosceresti anche senza i muretti a secco, per come tentenna nelle sue larghe anse, per come rifugge un’eccessiva pendenza. Almeno fino alla teleferica. Più in alto un’altra conifera si fa grotta e tra il buio delle radici non vi posson che dimorar dei folletti. Il grigiore aumenta con l’ascesa. Fino a render fumanti i fianchi stessi della Mogenza piccola. Splendide pareti. Piallate dalla verticalità o rese meno severe dalle striature erbose. Finalmente, ecco la protagonista del giorno: la pietra! Comincia il gioco ad incastri tipico del Canin. Son scatole cinesi di forme, gioielli che incastonano in sé altre gemme che affiorano alla superficie. A forma di foglia, di cuore o di zampa d’ungulato. A volte, passando da una fessurazione all’altra, sembra di camminare sugli esili bordi d’ali di farfalle pietrificate! Son rocce che paion malleabili come fossero del Dash ma azzannano le suole e mordicchiano i polpastrelli. Come per magia il grigiore scompare ed ecco la Mogenza più accessibile. L’altra emerge dai flutti vaporosi. Il canalino abbonda d’appigli e non crea problemi. Dopo di lui, il passo si regola al respiro stentoreo dell’altopiano ed alle schegge di memoria bellica. Passo la fenditura che porta alla stazione d’arrivo della teleferica. Si palesano il Mangart e la Cima del Lago. Le Punte di Raibl paion la pinna aculeata d’un pesce che sta riprendendo la via delle profondità, schiumando il cielo. A lato, il campo visivo è libero. Il lago oggi è tetro. Una macchia d’olio. Esausto. Il sole fa capolino ed accende Punta Plagnis, cingendo d’azzurro le sorelle Castrein, sfumando poi verso Cima delle Cenge per sfogarsi sul Rio del Lago, accentuandone il candore. Dall’altra parte quel contenitore di mondi si mostra fino al Sart. Mi godo l’inatteso spettacolo dalla Little Mogenza. Deviazione obbligatoria per chi si trovasse su questi trois. L’unico problema è che non puoi lasciarla senza conoscerla meglio. Senza carpirne le vestigia. Senza renderti conto di quanto fu casa, incubo, rifugio. Di quanti disperati ospitò, donando pezzi di sé a far da ripari, lasciandosi penetrare per crearne altri. L’idea iniziale era quella della traversata con boscoso ritorno. Poi guardo quel catino. Splendido in epoca di fioriture, meno attrattivo come atelier di scultura rispetto al tratto appena percorso. O forse sono semplicemente conquistato dalla sorella maggiore. Che pare così erma, così vicina. Pare… già! Quel vecchio cartello Cai che indica in un’ora e mezza il tempo necessario a raggiungere quella cimotta che sembra lì, dovrebbe far pensare. Ma ormai ho deciso! L’amore dichiarato da Paolini per queste Cenerentole vestite d’oblio mi fa riprendere il canalino dell’andata, senza sapere quanti altri ne avrei percorso poco dopo. Ma questa è un’altra storia.(02.10.2015)
  • 15/07/2012 Ho fatto la salita alla Mogenza piccola dal ponte sul torrente Trincea con discesa dallo stesso lato. Il fatto che l'anello non si chiude e che ci siano 4-5 Km di strada da fare per tornare all'auto non lo rende molto attraente. In alcuni punti non mi trovo con la relazione, il sentiero sale sempre fino alla Sella Mogenza dove c'è il quadrivio (Predil-Mogenza Piccola, Mogenza Grande, Sella Robon). Da lì sulla cima della Mogenza Piccola sono meno di 30 minuti con alcune difficoltà limnitate ad un canalino di II grado e un traverso esposto su un tratto franoso. Per l'orientamento attenzione che la via per la cima è indicata da omini che segnalano la via più sicura e logica (il terreno su cui ci si muove per salire in cima può essere davvero pericoloso. Magnifico il panorama dalla cima sulle cime del gruppo del Jof Fuart e del gruppo del Canin. Infine segnalo un errorino di distrazione, la seconda sella che si raggiunge col percorso descritto è sella Robon (sella Mogenza è ripetuta due volte). Ciao
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