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    Anello del Monte Travnik dai Laghi di Fusine
    Alpi Giulie
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    Anello del Monte Travnik dai Laghi di Fusine
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    Anello del Monte Travnik dai Laghi di Fusine
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I percorsi di SentieriNaturaF36

Anello del Monte Travnik dai Laghi di Fusine

Avvicinamento

Da Tarvisio imboccare la strada che esce in direzione del valico con la Slovenia. Senza raggiungerlo, all’altezza di Fusine, prendere la deviazione a destra risalendo la strada asfaltata che porta verso i laghi (transito a pedaggio nel periodo estivo). Raggiunto il Lago superiore, situato nella splendida conca di Fusine, si lascia la vettura nell’ampio parcheggio dove ha inizio il divieto di transito (m 941).

Descrizione

Ci si incammina lungo la strada sterrata che coincide con il segnavia CAI n.512 (cartelli) lasciando a sinistra due successive diramazioni che conducono al rifugio Zacchi . Seguendo ora le segnalazioni per il bivacco Nogara , in pochi minuti si esce sul pascolo dell’Alpe Tamer, verde radura circondata dal bosco di conifere. Lo si attraversa mirando al cartello CAI posto al limitare, dove si abbandona il segnavia n.513 per imboccare, ancora a destra, il 517a. In breve si entra nel bosco iniziando a salire dapprima a fianco di un rugo asciutto e poi a destra in diagonale. Ci si innalza lungo un costone a piccole svolte guadagnando l’orlo di un ripiano boscato dove la pendenza per un tratto si appiana. Si cammina tra faggi e abeti fino ad uscire, intorno a quota 1300, alla base del grande pendio inclinato che discende dalle pendici del monte Travnik.
Il sentiero prende ora ad inerpicarsi tra le erbe al cospetto della imponente parete nord del Mangart mentre alle nostre spalle la visuale inizia ad aprirsi sui laghi di Fusine. La flora di agosto comprende scabiose, campanule e parnassie a cui si aggiungono aconito giallo e senecio abrotanino, man mano che il terreno si fa più sassoso. Si sale con pendenza decisa aggirando lentamente lo zoccolo basale del monte Travnik che da qui appare insormontabile. Occorre infatti raggiungere il vertice superiore del pendio per trovare la rampa che ci permette di superare la fascia rocciosa. Dopo un punto un poco esposto si riprende a salire su balze articolate, tra erbe, roccette e qualche mugo , giungendo alla base di un facile canalino roccioso, gradinato ed attrezzato con il cavo. Si esce a sinistra su un panoramico ballatoio dopo il quale il sentiero incontra ancora un breve passaggio esposto (cavo). Con una svolta si va quindi a tagliare in diagonale un ripido pendio erboso che conduce nel tratto superiore della salita. Ci troviamo ora sul limitare inferiore del giardino pensile costituito dalle pendici orientali del monte Travnik. Il pendio erboso è ricoperto da una miriade di sassi di varie dimensioni tra i quali fioriscono la sassifraga gialla, l' eufrasia e la rodiola. Ancora una breve salita e si raggiunge anche il piccolo ripiano dove è stato edificato il bivacco Nogara (m 1850), piccola costruzione in legno protetta da uno sperone roccioso.
Dal bivacco, nato per fornire una base di appoggio alla via italiana al Mangart, si tralascia a sinistra il sentiero che conduce all’attacco della ferrata per seguire la traccia che si inerpica sulla destra (bolli rossi). Ci si innalza lungo il pendio erboso con pendenza marcata, raggiungendo il crinale settentrionale del Travnik che nell’opposto versante precipita verso il vallone della Lavina. Dietro uno sperone roccioso appare anche la sagoma del Picco di Mezzodì che chiude ad ovest il grande arco montuoso che contorna la conca di Fusine. A questo punto il sentiero piega a sinistra e, rasentando la parete orientale del monte Travnik, guadagna l’intaglio di forcella Mangart (m 2166), importante passaggio che mette in comunicazione la valle dei Laghi con la conca ad ovest del Mangart. Sulle rocce presso la forcella fioriscono diverse specie legate ai substrati rocciosi come la campanula dei ghiaioni, il cerastio e la silene acaule. Dall’intaglio il panorama si apre sul versante sloveno dominato a sinistra dalla possente cupola rocciosa del monte Mangart. Poco più in basso si scorge anche la strada asfaltata con transito a pedaggio che consente di salire fino al rifugio Koca na Mangartskem sedlu. A questo punto, prima di proseguire, è consigliabile salire anche i pochi metri che ci separano dalla piccola vetta del monte Travnik (m 2204), utilizzando con cautela la traccia che percorre la crestina erbosa sommitale.
Dopo essere ritornati alla forcella, in breve ci si innesta a destra sul sentiero che corre poco sotto, percorrendo piacevolmente le morbide ondulazioni erbose che caratterizzano questo versante. Senza necessità di utilizzare la strada, si segue il filo della cresta di frontiera che precipita vertiginosamente nel versante italiano, fino all’ultimo intaglio prima delle Cime Verdi. E’ la forcella della Lavina (m 2052), uno stretto passaggio dal quale scende un lunghissimo vallone detritico, chiamato appunto canalone della Lavina (indicazioni sulle rocce per i Laghi, segnavia CAI n.516).
Si inizia quindi a scendere su detriti mobili in un angusto corridoio che in breve si allarga. E’ questo il regno incontrastato delle sassifraghe, caratteristiche piante alpine che colonizzano le fessure delle rocce e gli sfasciumi. Nella piena estate infatti possiamo riconoscere diverse specie quali la sassifraga gialla , la sassifraga setolosa, la sassifraga alpina, la sassifraga delle Dolomiti e la sassifraga incrostata. Laddove il terreno è consolidato da qualche zolla erbosa fa la sua comparsa anche la pediculare a foglie verticillate, dalla vistosa fioritura rosa carico. Nel tratto intermedio della discesa il canale risulta ingombro di grossi macigni, in parte originati da un’evidente frana che ha interessato la parete di destra. Una freccia ci conduce su terreno più consolidato nei pressi dello sperone che sdoppia il canale sulle cui rocce possiamo osservare anche la campanula di Zoys, ed il geracio villoso. Si scende ora lungo una costola erbosa e poi di nuovo sui detriti laddove i due canali si congiungono. Altre segnalazioni ci riportano definitivamente sulla sinistra del greto principale dove si ritrova un buon sentiero. Tramite questo si attraversa la boscaglia di salice e mugo, e quindi si rientra nel bosco misto di faggio e abete rosso . Più in basso il sentiero coincide per un tratto con il letto ghiaioso di un greto dilungandosi poi nel bosco con pendenza sempre più moderata fino ad uscire sulla grande spianata dell’Alpe del Lago (m 1006), punteggiata dalla fioritura della genziana minore e delle carline. Qui ci si innesta sulla pista di servizio che contorna l’ampio pascolo e, dopo qualche svolta, riporta esattamente al punto di partenza.

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri dei Fiori
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Agosto
Carta Tabacco
019
Dislivello
1200
Lunghezza Km
12
Altitudine min
941
Altitudine max
2204
Tempi
Dati aggiornati al
2007
I vostri commentiVisualizza tutti i commenti
  • 06/08/2015 percorso il 05 agosto come da descrizione nessun problema da segnalare, anche lungo il canalone sentiero 516, utilizzato per il tientro ben segnalato.
  • 25/09/2014 Umana demenza o tentato omicidio?Questo il quesito che ha accompagnato la mia discesa lungo la Valle della Lavina.La storia è un esempio di come la filosofia del 'No limits' abbia marcito i cervelli della gente.Poco prima della forcella di quota 2055,un ampio prato termina con uno sperone roccioso che domina la suddetta valle.E' un pulpito assai panoramico e martedì è stato scelto come luogo di riprese da una troupe inglese.Il committente,probabilmente,una società sportiva slovena.Molte persone stazionavano in zona.Sopra le teste dei presenti ronzava un drone.Il copione prevedeva che all'estremità dello sperone,rivolto verso il prato,stesse posizionato un tabellone da basket e,di fronte ad esso,una pedana elastica.Gli atleti della squadra protagonista prendevano la rincorsa sul prato e,dopo aver saltato sulla pedana,schiacciavano la palla nel canestro.A 5 metri dal precipizio e senza protezioni di sorta.A parte qualche considerazione,condivisa con un presente,niente di così grave.Io sono per il libero arbitrio e la vita ognuno la gestisce a modo suo.Quando,però,ho iniziato a scendere,ho aspettato che mi vedessero,così che potessero valutare ogni futura loro azione.Circa cinque minuti dopo,uno strano rumore,delle urla e il rimbombo di un sasso in caduta libera,mi hanno avvertito dell'arrivo di un pallone da basket che,per fortuna,si schiantava,rimbalzando,circa centro metri più a valle.Da parte mia ovvie maledizioni e richieste di rispetto delle regole della montagna.Cinque minuti dopo stesso copione,con l'aggravante che mi trovavo proprio sulla perpendicolare con il canestro.La palla è atterrata a non più di 5 metri da me,mentre cercavo invano un riparo.Il canalone ha rifranto le mie urla assassine fino a che tre figure son sbucate sull'orlo del precipizio.Ho minacciato di chiamare la polizia e da quel momento in poi ho accelerato la discesa.Non è successo più nulla,ma ho pensato a quanti palloni,quel giorno,hanno raggiunto valle,a perenne ricordo di un film di basso livello educativo e di alto tasso di pericolosità.L'escursione è stata bellissima.Il tempo ha concesso visioni di catene lontane e quelle intorno erano nitidissime.Limitata al massimo la sudorazione.In quota,sopra il bivacco Nogara,il terreno,alle 11,era leggermente gelato.Un po'di attenzione nella parte precedente le attrezzature,in quanto erano presenti detriti e fanghiglia.Quattro giovani sloveni hanno salito la ferrata partendo,come me,dal lago.Martedì,mio malgrado,sono stato protagonista dell'inizio di una nuova era.D'ora in poi,non solo gli eventi naturali,i piedi degli escursionisti o gli zoccoli degli ungulati dovremo temere,ma anche le trasferte delle squadre di basket sui pascoli alpini.Sperando che altri non li seguano.Ciao a tutti
  • 07/08/2014 I boschi intorno all’alpe Tamer sono bovinamente popolati. Presenza discreta, dona alla foresta un’atmosfera inusuale. Nell’ultima radura pascolano dei cavalli, altra carezza mattutina prima della salitella senza respiro. Saliamo per un bosco che lascia passare il suo respiro. Ad un tratto, ci abbandona, affidandoci ad una selva di Aconiti. A nord, il scintillio del lago, verso sud, il cielo si trasforma in pietra. Oltrepassiamo i resti di una lavina enorme ma il troi regge fino a quota 1700, poi abdica. Bisogna tenersi sulla destra al successivo strappo, da risalire a piacere evitando la terra umida e senza presa, soprattutto dopo il canalino con cavo, viscido per l’umidità. La schiena del Nogara non ha retto il peso dell’inverno, un tirante s’è spezzato e la nuova inclinazione non fa chiudere la porta. Invece di proseguire per il troi deviamo dietro al bivacco, curiosandone i gioielli. Raramente ho visto un assembramento di meraviglie minerali così ingente. Ogni pietra sembra un’opera d’arte. Incise, rigate, altre son sassi con dentro sassi con dentro sassi. Altre ancora, paiono impastate con il legno o con altri materiali. Ogni lato rappresenta un mondo a sé, come fossero frammenti di mondi differenti. L’occhio ormai non s’alza da terra e non sa più in che direzione spalancarsi. Un tesoro che meriterebbe lunga sosta, a rigirar millenni tra le mani, a stupirsi d’ogni unicità che s’è staccata da madre montagna. Più in alto il troi si sistema e appare il secondo lago emanando scintille di luce. La stretta cima del Travnik riporta gli occhi a divorare l’orizzonte. Ci stipiamo su di risicata e strapiombante striscia d’erba per ripararci dal vento gelido. Restiamo a lungo a inebetirci davanti alla successione di cime che stringon strette le valli. Dall’alto la via del ritorno pare un trampolino di ghiaia che fa sognare tuffi entusiasti ma che si rivela avaro di corse sprofondanti. La lentezza dei passi è ricambiata da continue soste, in cui ci lasciamo soggiogare dalle impressionanti pareti che ci impongono la via. Dei tratti paiono spatolati di spuma rossastra. Poi le cascate, che precipitano vaporose nel vuoto. Prima di rientrare nel bosco due sorprese. Una Dentaria (ancora tu? Ma…) e delle Pirolette a foglie rotonde. Le mie prime spighe di neve. Candide, nascondono una lingua d’un rosa intenso. Il troi, scendendo, è stato inghiottito da un’enorme colata di ghiaia che ha mutato i paesaggi e disorientato gli alberi. Il lavoro dei tracciatori è stato mirabile. Bandierine nuove di pacca ci accompagnano indicando la via. Il finale lo attendevo con ansia. Il prato dell’Alpe del Lago. Percorrerlo fiorito mi ha stravolto i sensi. Oggi sembrerebbe desolato. Ma l’emozione non cambia. Il vento accarezza il viso e le braccia, facendo volare leggeri i pensieri, il cuore mette le ali e l’inclinazione costante di quel tappeto che sembra piano, fa si che i passi si trasformino in impercettibili cadute, morbide, inaspettate, che trascinano il corpo ormai perso, come un “io” inesistente, sciolto nella gravità del tutto. Mi rigiro per sentire il calore di un abbraccio di cime che giunge fisicamente, a stringere, delicatamente, ogni parte di me. Itinerario splendido che dispensa una varietà d’emozioni difficili da trattenere. A livello tecnico, per lo sconvolgimento del troi e l’incedere malagevole, aggiungerei almeno una e minuscola alla sua valutazione. (06.08.2014)
  • 23/07/2014 Fatto ieri tutto l'anello, in una giornata sicuramente non ideale (panorama zero dalla cima del Travnik, completamente immersa nella foschia). Prima del canalino attrezzato bisogna attraversare i resti di una slavina completamente ricoperta di terra, per il resto non ci sono cose particolari da segnalare se non il grosso nevaio che ancora persiste nella parte bassa del canalone sotto forcella della Slavina e che si attraversa con un po' d'attenzione senza bisogno dei ramponi. Assolutamente sconsigliato fare l'anello in senso contrario a quello indicato da SN, la salita del canalone sotto forc. della Slavina deve essere veramente da "espiazione dei peccati"! Mauro.
  • 09/11/2013 Davvero un bel giro, senza difficoltà. Una volta raggiunta forcella Mangart, bisogna scendere verso la strada che serve il rifugio sloveno e costeggiarla per circa 200 m circa, finchè si giunge allo slargo che fa da parcheggio. Ancora due passi e si trovano sulla destra i cartelli che indicano il sentiero per i laghi e il rif. Zacchi. Come dice Loredana nel commento precedente, la vista della discesa non fa impazzire e - aggiungo io - la strettissima forcella della Lavina non "fa morale". Si tratta, però, solo di scendere senza fretta, dato che pericoli seri non ce ne sono, l'esposizione è del tutto assente e il sentiero è ben segnalato. Insomma, con un po' di pazienza ci si diverte anche in discesa.
  • 31/08/2012 Bell’anello anche questo, percorso ieri, in una soleggiata, e calda al punto giusto, giornata di fine agosto. Parto con un velo di bruma sospesa sulla verde Alpe di Tamer, il bianco Mangart abbaglia illuminato dal sole, poi svolte nel bosco, tornantini che mi fanno guadagnar quota senza parere. All’uscita genziane sfrangiate e carline, qualche tratto di sentiero eroso, zolle e roccette fino ad arrivare alla base del Travnik e dell’imponente Mangart, sottile ghiaione e un piccolo nevaio. Lì sembra tutto scomparire, sentiero e segnavia, è necessario proseguire ancora un po’, avvicinarsi ad una cascatella e nell’opposta direzione si innalza una rampa (alquanto scivolosa se bagnata), un piccolo passaggio esposto e bagnato pure quello e poi si ritrova più a monte il segnavia. Al canalino con cavo stanno scendendo cinque ragazzi-e che hanno pernottato al Nogara, noto un abbigliamento a dir poco disinvolto, in tre calzano semplici scarpe di tela; oltre quell’imbuto subito dopo supero una cengetta attrezzata con una grossa catena. Il percorso sale a svolte fino a raggiungere il bivacco Nogara, immediatamente prima c’è una sorgente, dal bivacco proseguo a dx seguendo la direzione dei bolli rossi e dei segnavia perfettamente visibili, emerge una terra rossastra, in alto si scorgono paletti bistorti e vecchio filo di recinzione: è forcella Mangart, luogo di confine e importante punto d’incontro a giudicare dal numero di persone che salgono. Alla mia dx si innalza la piccola cima del Travnik, che non salgo per buttarmi subito nell’avventura canalone della Lavina che visto dall’alto un certo effetto lo fa, da lì, 1100 metri più sotto, si vede il lago Superiore, punto di arrivo. Con tanta calma, sasso dopo sasso, scendo, zona particolarmente esposta a franamenti, mi sorpassa una coppia, scendono lesti i due fra fragore di sassi rotolanti, tutto il canalone è perfettamente segnalato con bollini rossi, segnavia, frecce ed ometti, un ottimo e non semplice lavoro. Finalmente le prime zolle verdi, il sentiero si sposta continuamente fra dx e sx e poi, fra cespugli ed erba, diventa più evidente, è un sentiero rubato ai brughi e ai rododendri. Quando mi inoltro nuovamente e finalmente nel bosco (per oggi basta sole e sassi) i passi sono attutiti dagli aghi dei pini, gran lavorio di motoseghe per rendere nuovamente pascoliva questa zona, l’Alpe del Lago risuona di mille campanacci.
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