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    Anello delle quattro forcelle da Pineda
    Prealpi Bellunesi
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    Anello delle quattro forcelle da Pineda
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I percorsi di SentieriNaturaB05

Anello delle quattro forcelle da Pineda

Avvicinamento

Da Barcis si risale lungo la val Cellina fino a Cimolais dove si prosegue in direzione del passo di Sant'Osvaldo. Oltre questo, la strada scende verso Erto e la diga del Vajont passando sopra il profondo solco della val Zemola. Poco dopo il bivio per Casso deviare a sinistra lungo la rotabile costruita sulla grande frana del monte Toc. La si percorre per circa 2,5 km, fino ad incontrare sulla destra l'inizio della pista forestale che risale la val Mesaz (m 812, indicazioni per casera Ditta , segnavia CAI n.905, parcheggio in prossimità del tornante o poco prima).

Descrizione

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri del Bosco
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Aprile
Carta Tabacco
021
Dislivello
900
Lunghezza Km
13,3
Altitudine min
812
Altitudine max
1668
Tempi
Dati aggiornati al
2007
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  • 02/02/2016 Col di Mariano: Inmò ta val Mesath. Dalle prime visite ne ho passate di ore ad accarezzare con gli occhi picca per picca. Ad ascoltare una valle che risponde coi suoi silenzi. Ammantando ogni suono. Assoggettando gli sguardi. Cimotte che paion invise ad ogni assalto. Invece il buon Adriano te le presenta tutte, una ad una. Anche quelle che un nome non ce l'hanno. O meglio, non viene rivendicato dalle mappe. Ma per quelli e quelle che sentivano propria questa valle, traendone nutrimento e risorse, ogni angolo possedeva l'appellativo che lo distingueva, per carattere, storia, fisionomia od uso al quale era adibito. Così vengo a sapere che l'ultimo cocuzzolo prima di Cima della Meda non è una semplice quota (1532) ma trattasi del Col di Mariano. Motivo sufficiente per andare a presentarci. Parto con Valerio dopo la solita noche de fuego. Fino alla forcella bassa il cammino ricalca il troi 906. Poi ci si sposta sul versante della val Gallina. Abbiamo seguito una traccia (ammesso che lo sia stata) che saliva leggermente sotto le pendici occidentali. Dopo qualche minuto abbiam preso ad inerpicarci. Forma verbale quanto mai adatta per questa passeggiata. Quasi tutti quei duecento metri che bisognerà risalire dalla forcella, vedran come protagonista ogni arto del corpo. Il bosco tira su che è un piacere e si benedirà ogni faiâr, ogni mugo, ogni ciuffone d'erba che, assolutamente contro voglia, ci aiuterà nella progressione su di un manto reso infido dal fogliame. Non vi sono tracce (per fortuna), né risulta possibile indicare con precisione il cammino da seguire. Diversi canali portano alla stessa antecima. E' solo questione di scegliere il proprio alleato vegetale. Purtroppo di roccia ce n'è ben poca e spesso ballerina. L'alleato di Anouk è il terreno malagevole. Mentre noi studiamo per dove salire o ci tiriam su a braccia, lei ha tutto il tempo per scorrazzare ovunque. Anouk. Quando la vedi saresti pronto a denunciare la sua compagna di vita per maltrattamenti. Una manciata di chili. Le costole ancor più segnate da quel pelo corto e bianco. Lo spessore d'un libro. Invece lei è la più coccolata della valle. Tirata come un'atleta con quelle zampe così sottili da non immaginare la potenza muscolare che sprigionano. Pura energia! Si ferma solo poco sotto l'antecima. Aggirata nell'ultimo tratto dal versante del Mesath. C'è da usar le mani e lei, con un verso simil-pianto, ci avvisa che resterà lì, quieta, ad aspettare. L'antecima è un risicato pulpito di mughi. Da qui il rifugio diventa un puntino sull'orlo della variegata coperta di cima Camp. Una ratatuje d'avanzi di tessuti diversi: l'ocra delle piccole radure, il grigiastro della roccia del Col dai Giai, il ramato della faggeta ed il verde delle conifere. Salutiamo Adriano con la radio, come da ordinanza, sperando che ci squadri attraverso il binocolo e non tramite il mirino della carabina. Ma non è ancora finita. Per la cima vera e propria è necessario calarsi, con attenzione, in un canalino friabile e risalire dalla parte opposta. Il panorama è splendido come la giornata. Verso ponente in primo piano il monte Serva ed il Pelf. Il laghetto artificiale della val Gallina è venato dal ghiaccio, mentre la faggeta di forcella bassa mostra la sua ordinata capigliatura ramata. Da qui la valle s'apre, respira, appare molto più docile ed ampia che dal rifugio. I prati del Porgeit quasi non si notano. L'orizzonte è un possedimento di sua maestà Duranno, con le cortigiane Centenere da un lato e la Spalla allungata dall'altro. Il Borgà, con dietro la Palazza, si rivela in tutta la sua stravaccatezza. Le pareti del Toc e di cima Mora da qui paion invincibili a follia umana alcuna. Dietro di noi una muraglia ombrosa che mette soggezione. Mentre son perso ad osservare le cime di Pino e le pale del Pecol, completamente imbiancate, Valerio sonda le pareti verso il basso come un radar, in cerca della prossima cascata di ghiaccio da affrontare. Poi giù per adagiare un ultimo sospiro sopra il Mesath, anima lattea d'un inverno che s'è scordato di arrivare. In casera Anouk pare svenire immobile alle carezze, godendosi il tepore del fuoco. Ma è pronta a ripartire come una freccia nelle sue ronde, a convincere la volpe che è meglio cambiar progetti per la notte. (24.01.2016)
  • 25/08/2015 Croda Bianca: Travestendomi da capitano Acab, riparto a caccia della Croda Bianca con Valerio. Forte della chiaccherata con Italo Filippin mi propongo come guida. L’andata ricalca l’anello delle quattro forcelle fino alla forca Agre. Giungiamo a quel muro di mughi (vedi commento precedente) che, una volta descritto, m’era stato indicato come la porta per la cima. Vi pentriamo a passi lenti. Valerio è titubante. Ne nota la densità e la verticalità delle successive placche rocciose. Ma sfida la mia certezza. Anouk assomiglia più ad un bianconiglio smagrito. Una scheggia di nuvola che fugge nel vento. Ci segue da casera Ditta scattando di continuo, allenandosi per le olimpiadi canine. Anche lei davanti a quella parete mughesca rimane perplessa: ma dove voglion andare ‘sti due? Iniziamo a dondolare, ogni arto afferra o poggia su di un ramo, spalle e gambe vengon tatuate con cura di rosso. Anouk s’infila sotto quegli artigli e ci segue imperterrita. Il mateamento termina dopo un bel po’, con la presa di coscienza di non esser sulla strada giusta. Da poco sotto la forcella si devon rasentar le balconate rocciose. Il primo canalone che s’inerpica in alto è da lasciar a sé stesso. Il successivo invece è da risalire tutto. E’ lì che avviene la pugna mughesca. Breve e quasi indolore. Portandosi verso destra si sbuca quindi sulla cresta orientale della Croda. Qui rimane solo da scegliere ove poggiar le mani per superare quei pochi metri verticali, raggiungendo lo splendido balcone. La cima vera e propria, a ovest, è più alta solo di qualche spanna, ma di litigate vegetali oggi ce ne son state fin troppe e la via è sbarrata e perigliosa. Il panorama splendido mi salva dal linciaggio. Valerio, con i pantaloni corti, ha alternato l’agopuntura con le ortiche del canalone. Ritornati alla forcella tagliam giù dritti per il bosco seguendo la scorciatoia consigliata da Adriano. Priva di segno alcuno, nonostante sia stata immersa nell’oblio risulta intuitiva per chi sa annusar le foglie. Senza troppi patemi riporta all’evidente traccia che proviene dal Gè di Lavèi e che poco dopo si ricollega al 906. Chi volesse seguirla pure in salita faccia attenzione all’ultimo tornante secco attorno a quota 1000, prima della lunga diagonale che porta alla forca Bassa. Due faggi bollati di rosso sbiadito han conficcato un altro segnavia di plastica sul loro fusto. Proprio lì è necessario lasciare il troi a sinistra e prendere la traccia verso destra.Capita spesso quando si parla di monti. Capita di sovrapporre immagini, lisciare le forme, vestirle di ricordi e ricolorare le zone d’ombra. Capita spesso d’esser convinti d’aver capito ogni dettaglio, fatto proprio ogni consiglio, caricato il gps immaginario con quei cenni orali color seppia. Poi, una volta giunti al bivio la realtà si palesa per com’è. Cadono orpelli e pennellate emozionali, si sgretolano costruzioni visive e le intuizioni vanno a nascondersi sotto le foglie. Ma anche questo fa parte del gioco. Non siam macchine e non emettiam tracciati. Le nostre coordinate si muovon tra ascisse disordinate e frammenti di cielo. Perdersi a volte è solo un ritrovar qualcos’altro ed ogni tanto, nonostante tutto, s’arriva anco in cima. Mangiar con gli occhi dalla casera quello spuntone biancastro, finalmente ha tutt’un altro sapore.(31.07.2015)
  • 22/05/2015 Le mattine della val Mesath son vane ricerche di sé stessi. Si raccolgono i cocci, ci si affida al sole, si attende pazienti che i sensi si destino con mooolta calma. Dopo una notte di teatro, musica e lotta eroica contro giganti di vetro di due litri, alle due E s’aggiunge una terza, a segnalar l’ebbrezza. I primi passi sul troi suscitano l’incredulità del corpo “ma dulà utu strasinami mò?”, poi pian piano si entusiasma d’esser sopravvissuto e via, cambia ritmo. Alleati gli occhi che, dal giorno prima, fissano insistentemente la Croda Bianca. Al capanno di caccia noto la firma di Italo Filippin, che la sera prima ha distillato memorie di vita ertana trascinandomi dietro a quelle immagini color seppia. Poi col buio si è incamminato: “Adriano! Vado in fuori!”. In fuori. Quel modo di segnalare la partenza, di colpo, mi ha sdrondenato l’animo. Non è una semplice differenza semantica, è un mondo tutto! Un termine che indica una stanzialità differente, un rapporto intimo e nativo con i propri territori, che apre porte a noi chiuse a doppia mandata e luoghi che dovremmo percorrere in punta di piedi con la consapevolezza di chi entra in casa d’altri. Continuando il cammino, superiamo quei pochi ma infidissimi metri erosi segnalati nel precedente commento. Con il mio compagno di gita sacrificale, poco prima di forcella Agre, abbandoniamo il troi, rasentando le pareti della Croda imboccando il primo canalone, o meglio, risaliamo il primo muro tra gli effluvi delle ortiche. Finisce in un dedalo di mughi che esploro come loro esploran la mia pelle, segnandola. Nuje ce fa! Cerco altre vie fino a passare sulla destra, sfiorando delle splendide balconate striate, per risalire il successivo canalone. Qui appare la vecchia traccia che scendeva a degli stavoli. Vedo l’inizio della cresta, pochi mughi a separarci. Sarà la strada giusta? E’ tardi e fra qualche ora la partigiana Darinka prenderà voce nello spettacolo pomeridiano. Incerto, lascio la scelta al mio compagno..dietrofront per le altre forcelle! A valle scoprirò che l’intuizione era giusta, che proprio quello era l’unico e facile accesso alla Croda da cui ci separavano pochi metri. Solo passaggi di arrampicata facile sotto il II grado, il più era fatto. Next time! Vista la scelta ad anello aumento il ritmo come non vorrei, dedicando solo sfuggevoli sospiri alla val Gallina e poi alle spioventi pareti di Cima Mora. In discesa questa volta individuo i segnavia. A differenza della Tabacco lasciamo sulla sinistra l’impluvio che prende vita poco sotto forcella Canduabò. Corro, giocando con le foglie, “tirando il gruppo”. Quando mi giro a cercare il compagno, i suoi occhi generano personaggi medievali, armati di volta in volta con mazze ferrate, alabarde, balestre, argagni di torture varie. Solo i metri che ci separano paion garantirmi l’incolumità. Raggiunta la forestale la prendiamo a destra seguendo la scorciatoia verso casera Ditta. Non faccio in tempo a lavarmi ed asciugarmi il viso che Darinka fa scorrere le lacrime del ricordo. Ancora. Poi la solita partenza traumatica, con i sassi del troi che si muovon di soppiatto, che fan le finte. E questa domenica si ritorna a casera Ditta, in una val Mesath che, per l’occasione, indosserà il fazzoletto rosso, echeggiando i canti del Coro Popolare della Resistenza di Udine.(17.05.2015)
  • 04/08/2014 Chiudo l’auto e dopo tre passi le nubi scaricano le tensioni accumulate nei loro litigi. Un diluvio catartico che scelgo di prendere tutto. Parto cantando verso Casera Ditta per passarvi la notte, conoscere Adriano e tentare di concretizzare delle iniziative insieme. Dopo una serata umanamente intensa e preziosa, la mattina m’avvio verso forca Bassa. Nella notte, ragni forzuti e visionari hanno piegato lunghissimi fili d’erba per costruire arzigogolate trappole destinate a svanire presto. Da subito mi trovo d’accordo con questo troi. Indisposto, salvadi, riservato. Passivamente impone il suo bioritmo: passi lenti e costanti, sguardi circospetti e pazienti, respiro profondo e silenzio interiore. Una selva di aconiti segna l’arrivo in forcella. Poi scorgo un’Elleborina Violacea, annuso la sua poesia vanigliata, ammirandone il delicato cromatismo, quasi bordeaux, che nasconde delle fauci dorate. L’inverno ha rovinato poco un troi già esile ed evanescente di suo. Il punto più delicato è proprio quel canalino ove la sabbia è stata lavata dagli anni. Il passaggio avviene su rocce che non favoriscono buona presa agli arti né postura normale. Un macigno si spinge in fuori, obbligando quasi ad abbracciarlo per proseguire. L'esposizione è limitata ma il passo dev’essere più che sicuro. Un cavo risolverebbe tutto, ma guai a porlo in quest’anello. La sua bellezza consta proprio nel profondo senso di selvatichezza e solitudine. Ben vengano radi segnali o incomodità del troi. La potenza che emana vale il prezzo, una potenza che mortifica ogni antropocentrismo, che rimpicciolisce l’ego come la pozione di Alice. Più avanti, tra forcella Malbarc e forcella Agre, il Col Nudo si fa finalmente vedere, nel suo slancio roccioso, a chiuder l’orizzonte. Lo sguardo però cade vicino, sugli speroni, sulle verticalità boscate che mi circondano. Un isolamento brutale che riempie i polmoni. Cambiato versante è tutta poesia di roccia, dalle impressionanti pendici di Cima Mora ai fianchi stupendi che si percorrono. Prima di forcella Canduabo, senza emettere suoni, un’aquila si lancia a valle, portandosi via il mio respiro. La discesa è caratterizzata dai segnali precari: perdo il troi, lasciando il bosco per il greto, poi di nuovo bosco, ritrovandolo proprio quando mi serviva per individuare la mulattiera che, trasformata in sentiero, riporta al rifugio per Pian di Mesaz. I boschi pullulano di ciclamini, ognuno dei quali attende paziente il suo momento di notorietà, quando il girar del sole, con la complicità delle foglie, lascerà passare QUEL raggio che lo illuminerà, facendolo diventare protagonista. Sfamandolo di luce. Itinerario non per tutti, un percorso intimista ove il dislivello conta poco rispetto al carattere del troi. (02.08.2014)
  • 25/10/2012 Ho percorso l'anello domenica 21/10, in senso inverso rispetto a quanto descritto. Anche se il percorso è stato segnalato di recente (agosto 2012) è necessario prestazione attenzione all'orientamento, in quanto la traccia è poco battuta e a volte nascosta da un folto letto di foglie. In particolare, provenendo da forcella Canduabo, dopo l'ultimo segnavia (recente) sulla cengia, abbia perso la traccia per forcella Agre in quanto i segni si interrompono. Per ritrovarli ci siamo calati lungo il ghiaione fino ad individuare un'esile traccia nel bosco che ci ha riportati sul sentiero.Confermo che il tratto più impegnativo è tra forcella Malbarc e forcella Bassa: è necessario attraversare due punti esposti su terreno infido. Il primo (provenendo da forcella Malbarc) è costituito da un esile traverso su roccia ricoperta di ghiaino. Le mani vanno utilizzate solo per l'equilibrio in quanto gli appigli non ispirano troppa fiducia. Il secondo punto è un altro traverso, questa volta su ghiaie dure. Nel complesso è un giro stupendo, in ambiente aspro e selvaggio. Da evitare in caso di tempo incerto o bagnato. Il giro richiede sulle 6/7 ore.
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