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    Monte Lodina dal passo di Sant'Osvaldo
    Prealpi Carniche
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I percorsi di SentieriNaturaS10

Monte Lodina dal passo di Sant'Osvaldo

Avvicinamento

Da Barcis si risale lungo la val Cellina fino a Cimolais e quindi verso il passo di Sant’Osvaldo proseguendo per poco meno di 1 km, in versante Vajont, fino ad incontrare sulla destra l’inizio del sentiero CAI n.374a in corrispondenza di una pista sterrata (m 802, cartello, comodo spiazzo per il parcheggio sull’altro lato della strada).

Descrizione

Questa descrizione e la relativa scheda di approfondimento sono disponibili nel volume I Sentieri del Silenzio
Sentieri CAI
Escursione
Mese consigliato
Ottobre
Carta Tabacco
021
Dislivello
1200
Lunghezza Km
9,8
Altitudine min
802
Altitudine max
2020
Tempi
Dati aggiornati al
2005
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  • 08/07/2015 Approfittando d’una puntata sulle Centenere ritorno sul Lodina partendo questa volta da Ponte Compol. Il processo di liquefazione in una giornata torrida come questa è istantaneo e il bosco che m’accoglie poco dopo è un salvavita. Più in alto è addirittura morbido. Prima di quota 1400 il bosco inizia i suoi saluti. Con stile. Un giovane camoscio dal manto chiaro resta immobile ai bordi della radura. Per un paio di minuti restiamo a guardarci. Senza muover ne un dito ne uno zoccolo. Pochi passi ed ecco che l’emozione muta in allegria! Un plotone di Pennacchi a foglie strette mi saluta festante e animato come sempre. Passo accanto alla fonte con vasca. Esce un filo d’acqua uno. Tanto striminzito da aver paura che passi di lì a poco a sgocciolare, che il rubinetto ben nascosto nelle pieghe della montagna, si stia per chiudere. La prosecuzione verso la forcella si trasforma in lotta. Le erbe altissime mi sorpassano la vita, un venticello, complice col mio passaggio, le fa agitare impollinando a sbreghe balon il gno nâs! Ogni quattro passi uno starnuto, di quelli modello “tonade” che solo chi è allergico alle graminacee può capire ed eseguire al meglio. Non ho dubbi sulla via da seguire per la cima. Versante occidentale. Quei ripidi verdi da tagliare obliquamente li ricordo bene! In un pulpito mi fermo ad ammirare il Duranno e compagnia clericale. Uno spettacolo accentuato dal verde che riveste il Fortezza. L’erto canalino che conduceva alla cima dev’essere aggirato aggrappandosi all’aggrappabile in quanto la parte centrale è stata completamente arata, diventando una mescola inconsistente di terra e pietre. Poco sopra m’accoglie un Martagone, ha scelto di crescere ai bordi dello strapiombo per meglio ammirare i giganti che si stagliano di fronte. Proseguo per la cresta tentando di non calpestare i colori ma le fioriture son talmente fitte da render vano il proposito. Non vedo l’ora di trovarmi di fronte a quel mare di Genziane Lutee che accompagnano il digradare della cima meridionale! Al mio arrivo le trovo già in frutto. Molto in anticipo rispetto allo scorso anno. In compenso qualche fioritura di Veratro rende manifesta la tipicità di piante dalle foglie così simili: opposte quelle delle Genziane, alternate le altre. Arrivo in acqua e prendo possesso di uno scoglio rossastro che emerge. Dopo qualche secondo sono disteso con solo gli slip addosso aspettando che passino a chiedermi se desidero un mojito. Dopo essermi ben grigliato scendo a controllare che i libri della biblioteca siano ancora sui loro scaffali erbosi. Un settore è dedicato agli erbari. Dalle pagine di pietra escon vive le fioriture. Ogni interstizio, ogni microcengia è divisa ordinatamente per specie. Tante le Stelle alpine e un Martagone che pare un lampadario. Scendo con calma nel silenzio assoluto. A metà strada dalla casera mi blocco. Una palla di piume si lancia con la rincorsa uscendo dalle alte erbe. Ha delle ali piiicole e striminzite che non farebbero volare un passero. Al’è dut un disordenât sburtà l’aiâr. Poi cade come un pero nell’erba, seguito dai fratelli, belli tondi anch’essi. In direzione opposta fugge la madre. Non saetta come un razzo. Resta tra le erbe vicine, saltando in verticale, con l’occhio bordato di rosso (Cedrona i suppose..). Mi guarda tentando di convincermi d’esser una preda migliore. Dei comportamenti che mi fan tracimare in riso o in pianto. Non è solo istinto, sacrificio innato, consapevolezza del proprio ruolo. Chei a son dome tiermins e concets che a platin chel sintiment dispes mal e masse doprât da noatris umans.(05.07.2015)
  • 02/11/2014 M. Lodina da passo S. Osvaldo Escursione fatta come da relazione di SentieriNatura il 01-11-14. Il sentiero CAI 374a che dal passo S. Osvaldo sale fino alla forcella Lodina è coperto da uno spesso strato di foglie secche ma bel segnalato. Il tratto che aggira il costone roccioso dopo la forcella Lodina è coperto da una spruzzata di neve. Aggirato il costone niente neve, una buona traccia arriva fino a un primo smottamento di terreno poi a un secondo smottamento del terreno si sale sul crinale. Il sentiero in cresta è facile, si possono raggiungere ambedue le cime senza problemi, naturalmente con le dovute precauzioni visto la notevole esposizione verso la gola del Vajont. Il traverso finale che porta alle due vette privo di sentiero è intuitivo, ma, regala all’escursionista quel pizzico d’emozione che ha il sapore di vera montagna.
  • 13/07/2014 Arrivando a Cimolais, t’aspetta. Sfondando il cielo. Con il naso all’insù. Il bosco ripara dal sole e un generoso letto di foglie accarezza le zampe. Ad un tratto t’abbandona, di colpo, lasciando suonare l’orchestra dei colori. L’acuto è centaureo, un fiordaliso tuffa i petali verso valle, svettando solitario da una pila di rami secchi, potenziandone la sinfonia cromatica. Intorno, le ombrellifere sfumano la melodia, spezzando le note verde acceso, mentre una camoscia col piccolo fugge lesta. Il troi è inerbito ma la traccia si segue bene. Dopo una pioggia o con la rugiada del mattino, questi prati si fan mari in cui sprofondare è inevitabile. In forcella il fiato se ne va con l’ultima fumata e la bocca si spalanca, inebetita dalla bellezza. Una piccola vipera mi mostra la strada. La vista dei ripidi verdi convince le scricchiolanti piante dei piedi a salire subito, rasentando le rocce. L’erba è cicciona, scivolosa e croccante. Seguo una traccia verticale, gradinata dagli ungulati, che si fa sempre più verticale, penso che non vorrei proprio scendere dalla stessa via quando m’accorgo d’aver scalato lo sperone roccioso che si staglia sotto la cima nord. I mughi sbarrano il passo. Toorne iu! Arrivo in cresta spossato, passando accanto ad una placca rocciosa striata e colorata. Fa quasi venir voglia d’assaggiarla. Il paesaggio è grandioso. In fondo brilla il residuo del mostro del Vajont e il Toc, mutilato, mentre la dorsale che termina con lo Zita si mette in bella mostra con le sue parure verdi e grigiastre. Attorno mastodonti di pietra. Il Pelmo ha ancora lo schienale tutto bianco. Un giglio rosso uno, si abbronza, delle bonarote azzurrine crescono abbarbicate tra le fessure di una parete di roccia rossa, creando un contrasto sorprendente. Gli ammassi stratificati sono cibo per gli occhi e la fantasia. Uno sembra un’enorme pasta crema da cui fuoriesce un erboso ripieno, altri enormi libri dimenticati da giganti, altri, mucchi di vecchi piatti ammassati in precario equilibrio. Il fantasticar s’interrompe quando sto per appoggiare un piede su di un’altra, splendida, signora sibilante che sfioro per pochi centimetri. Le nuvole intanto s’abbraccian strette. La cima nord merita una visita e spero in una fattibile la discesa alternativa. I piedi sono in sciopero e li sento scandire slogan e invettive da dentro gli scarponi. Quei verdi, rovinati dall’inverno, non gli van proprio giù. E han ragione. Non sono da sottovalutare. Scorgo subito il traverso, o meglio, una verticale di qualche decina di metri che sembra un impasto di terra e di erbe. Fattibile e, a parer mio, consigliato in salita, in discesa è un trampolino di lancio. Scendo cauto, aggrappandomi all’aggrappabile. Sul prato appare una traccia ben segnata, stabile, che riporta in forcella. Gocce di pioggia s’alternano al sole riempiendo le scorzonere di piccoli diamanti. Nel bosco, incrocio più volte i caprioli e un albero che sembra una candela. La resina continua a colare, biancastra, brillando, sfiorata dalla luce che filtra. Ci affondo il naso e scippo un po’ di quel profumo che mi terrà compagnia in una morbidosa discesa. Oggi ho scoperto un altro di quei luoghi che non potrò non rivedere, per sentirmi accarezzato dal silenzio, per camminare sottovoce, per sorridere incredulo ad ogni sguardo. Chi volesse salire quei pendii che sembran pettinati con cura, s’aspetti in breve decise fioriture martagoniche e ricordi di portarsi i famosi plantari di ghisa per quell’erta, ultima, muraglia che separa dal cielo. (11.07.2014)
  • 27/05/2012 Giunto a Forcella a Lodina mi son fermato come un sol uomo, ho ammirato la vetta nebbiosa e ho girato i tacchi senza esitare. Pago del cammino fin lì percorso, la prima metà entro bosco frusciante e luminoso che fa dimenticare ogni fatica, la seconda aperta al cielo, su prati anche ripidi, severi ma benevoli. Al ritorno, la casera Zanolina, tempio cadente di fasto vetusto, di quando il sole inondava la gloriosa meridiana, adesso sbreccata e ombrosa tra le liane. All’interno, fra le travi collassate (ma molte ancora in valorosa tensione), addossata alla parete una paleoslitta da neve dai legni arcuati e monumentali, lasciata lì dall’ultimo, in bell’ordine, e tutto attorno a lei pare intoccato, vergine. Che nessun osi asportarla. In alto nel bosco, in riposta radura, un’anconetta, la piccola pala dipinta di madonna mora piena di grazia mediterranea, lieta o forse un po’ stanca di tanta bellezza. Nel fitto, poco lontano, scompare dal bordo una testa cornuta, forse il diavolo pauroso, indaffarato in cose sue. Segnavia freschi di vernice e puntigliosi, acqua poco dopo la casera, birra modica all’agriturismo sulla strada (26 mag 2012)
  • 30/10/2011 Dalla forcella mi sono abbassato verso Casera Lodina e ho trovato la traccia come da descrizione di SN. Ho cercato di seguirla perdendola e ritrovandola più volte. Arrivato ai prati ho visto la cresta che collega il Lodina est a quello ovest sono salito "a occhio" e una volta in cresta mi sono spostato a destra e a sinistra. Per la discesa ho seguito la traccia che dal Lodina orientale scende verso la forcella, mi sono perso varie volte tra i mughi fino a trovare in basso una traccia segnata con qualche ometto che mi ha portato in poco tempo direttamente in forcella. Potrebbe forse essere utilizzata anche per la salita. Il panorama è stupendo ma la salita non è da sottovalutare.
  • 29/10/2011 Presenza di neve in forcella che non ci ha fatto trovare la traccia che costeggia il Lodina, per tentativi abbiamo trovato una sorta di mulattiera che poi si è dispersa tra i mughi.. Non siamo arrivati in vetta... toccherà tornare quando si sarà sciolta la neve..
  • 12/07/2008 Fatta il 29/06/08. Prima tratto nella boscaglia molto pendente e non particolarmente interesante. Arrivati al Pian dei Giai si ammira lo spettacolo di distese di prati ricolme di fiori colorati e profumati. Alta possibilità di trovare camosci. Arrivati alla forcella si imbocca un passaggio sulla destra che accosta la parte rocciosa del Monte Lodina per poi salire per ripide distese erbose. Molto difficile la salita. Il ritorno ancora più complesso perchè bisogna ritrovare la stessa via dell'andata altrimenti si richsi di perdersi tra il pino mugo. Lo spettacolo che si ammira dalla vetta non ha eguali.. Consigliata solo per esperti.
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