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Anello delle due forcelle da Pineda
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Messaggio
07-04-2015 21:40
askatasuna askatasuna
La val Mesath ci sveglia sbuffando sulle finestre. Il cocolâr, patriarca e guardiano di casera Ditta, tiene duro scricchiolando. I vetri tremano intirizziti mentre il corpo si riprende dalle conseguenze dei soliti incontri entusiasti e sanguigni con il buon Adriano. Con la scusa di pianificare le prossime iniziative a vin copât un atri dopli dai sôs. Lo spirito del Mesath ormai si è impadronito di un rifugista rifugiato che ha affondato le radici tra i sassi. L’acqua che scorre burbera a valle gli ribollisce tra le vene, lo sguardo s’è fatto rapace, la schiena s’è piegata a nuovi doveri, l’animo s’è rafforzato con cortecce di Cjarpins e Faiârs. L’umiltà infinita, celata dalle sue ringhiate d’ordinanza, s’è fatta maestra di vita, carpendo quelle parole di montagna, striminzite e rarefatte che racchiudono pagine di memoria e saggezza secolare. Poggiano solidi i piedi di Adriano, è la sua terra, ancor di più perché l’ha scelta. Perché lo ha accettato come lui ne ha accettato le asprezze. Che educano alla necessità, all’essenziale, rendendo ancor più preziose quelle minuscole inezie che trasforman il vivere in gemma preziosa. Ogni mattina osserva il suo giardino verticale, la potenza di una natura che detta le regole del gioco. Oggi, dopo l’ultima e faticosa sfoltita del bosco, si regala una sgambettata. Col di Giai. Si parte seguendo l’inerpicarsi del troi bollinato descritto all’andata dell’anello delle due forcelle. Poi, quando si nota una pietraia sulla sinistra lo si abbandona, attraversandola fino a rimontar la schiena d’un colle che si fa mont. La dorsale è un divertente e ripido alternarsi di balze erbose e roccette. Ormai fuori dal bosco s’inizia a calpestare un dipinto materico che alterna gli schizzi di colore sulla tela, con frammenti di pietra che fuggon dalla cornice. Le eriche son più accese che mai, è la valle che saluta la primavera, sorridendo al rinnovarsi della vita. I cromatismi, accentuati da una luce splendida, lascian entrambi senza fiato. Le ginestre, col loro verde spoglio ancor per poco, si mischiano a sussulti violacei, all’intensità dei mughi, mentre piccoli faggi spenti fan da contraltare a betulle di platino e un tappeto paglierino accentua una roccia che si fa luce. L’innevato versante nord, attende il suo momento, ancora vergine dalle pennellate primaverili. In cima Adriano saluta una ad una le sue picche, ne respira la fragranza di pietra, come fosse la prima volta, come le conoscesse da una vita. Poi, lo sguardo punta alle fiancate di cima di Camp. Insistente. A scrutarle immobile col suo Swaroski che potrebbe contar le zecche che s’abbuffano su di un capriolo. Tutto tace. Ma non molla. Ripone e riprende in mano più volte i suoi occhi di cristallo pattugliando ogni spicchio di quella vetta messa a piombo. Ove non s’avventurano neanche gli alberi! Finalmente, di colpo, quel muro d’erba e di pietra si anima..Uno! Due! No! Son quattro i camosci! Giocano con la gravità imparando a dominarla con movimenti impossibili, coinvolgendo ogni fascio muscolare in equilibri inverosimili. Saltano e si rincorrono. Quando stiamo per ripartire, la valle decide di farci ancora un regalo. Una giovane aquila ha scelto una giornata dove anche i faiârs si contorcono rimpicciolendosi, cercando una protezione contro il vociare sordo del vento. E’ il suo momento. Può permettersi di sprecare le energie grazie alle premure di chi gli ha dato la vita. A quel sacrificio paziente che attende guardingo il momento in cui le correnti non avran più segreti per quelle ali possenti. L’aria smuove le rocce e per la giovane aquila son sferzate di vita. Non pattuglia la valle ma gioca, s’impenna, piroetta, plana di colpo per riguadagnar terreno verso le nubi. Si mette alla prova inconsciamente, nuotando nel suo mare rarefatto. Poi ci lascia e proseguiamo verso la forcella. Da lì prendiam a scender per il troi abbandonato al suo principio. Incerto, divorato dalle erbe e inframmezzato dagli schianti. Ma io calpesto le orme di Adriano che mi segnala indizi invisibili ad occhi alloctoni. I mughi tagliati che indican le poste dei cacciatori, spiluccando storie ed aneddoti da una folta memoria di vita vissuta. Da libero, abbracciando la selvatichezza primordiale della val Mesath. Al ritorno in casera, il cocolâr ha donato al vento frammenti di sé. Accettando, anch’esso, il prezzo d’esistere in quello spicchio di mondo.(01.04.2015)
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