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Traversata del Monte Matajur da Cepletischis al rifugio Pelizzo
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23-11-2016 18:43
askatasuna askatasuna
Le giornate uggiose ci voglion proprio. Son necessarie a ribaltare completamente la scelta della meta. Così mi ritrovo a Cepletischis, incuneato tra due monasteri buddisti, uno thailandese ed uno tibetano, per conoscere un sentiero che mi mancava. Anche se in vetta la foschia divorasse ogni spicchio di cielo, le rimembranze verranno in aiuto. Così parto leggero e curioso. Questi boschi son diamanti, rifugi per essenze di ogni tipo che si mescolano, si sormontano e si spintonano, poi convivono o cedono il passo l’una all’altra. Una molteplicità che di rado popola le montagne più a nord. I colori, dopo l’arrembaggio autunnale che li ha visti sfiorare il cielo, si sono adagiati al suolo. Le foglie han ritrovato le sorelle dell’anno precedente come giaciglio, ed una ad una, seminano i colori della primavera. La cromaticità che pensavo di trovare alzando il capo, la trovo a terra, come fosse il giorno successivo di una parata carnevalesca. Alla prima, grande radura appare un larice enorme che sembra aspettarmi, sorridente, in gran posa. E’ conscio della sua bellezza e s’è pettinato i rami gonfi e barbuti, cotonandoli d’arancio. Come funghi, dal fogliame spuntano gli stavoli. Oggi passerò accanto a numerose schegge di memoria. Notando la radicale differenza con quelli carnici. Diversi di loro paion quasi esclusivamente un riparo per la fienagione. Tutti hanno una base grezza che, al posto delle malte, sta insieme grazie al paziente gioco d’incastri. Merita soffermarsi davanti a loro ed osservarli con calma. Fino a quando decideran di parlarci. Come un gioco per bimbi, ogni frammento del puzzle pare esser stato creato appositamente per quel piccolo interstizio o per riempire un grande vuoto. Poi ritorna il bosco. Basta oltrepassare una strada ed i faiârs non lasciano intrufolar nessuno. Come se ad ogni grande masso piantato nel terreno, corrispondesse un loro confratello. Come se gli stessi faggi li avessero trascinati lì per segnare il loro territorio, come fosse il guscio, dalla cui fuga uscì la prima radice. Poi la vista s’apre di colpo su quella chiesetta che si fa puntino. Il parcheggio del rifugio è zeppo di auto. Molte scendono, altre stanno appena arrivando. In disparte, dalla cima ammiro il profilo della cresta zuccherata del Krn. Una spolverata appena, che sa d’effimero. La foschia e le nubi, mangiano il resto. Ma io son ben pasciuto, di silenzi, di colori, d’atmosfere. Prima di ripartire noto un nano, vestito di verde, intento ad osservare nella mia stessa direzione. Gli mancano i piedi e la faccia è rovinata. Mi chiedo quando Amelie si deciderà a venirlo a riprendere. Scendo lento, sfiorando con gli occhi ogni santuario solcato che, biancastro, emerge come oasi di luce tra prati spenti ed alberi spogli. Poi giù, per un sentiero spesso scivoloso, ben arato dai pneumatici di bikers che pensano che i volontari del Cai ripuliscano queste valli affinché diventino delle adrenaliniche piste di downhill, ovviamente dopo aver salito comodamente per le strade forestali. Le prime Pervinche compaiono timidamente, scemando la malinconica quiete dell’autunno. (13.11.2016)
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17-10-2016 22:15
loredana.bergagna loredana.bergagna
E come mi ha detto un amico...il Matajur non delude mai, da ovunque lo si salga è sempre un'escursione di grande respiro. La mia prima volta da Masseris, alcuni anni fa, sono stata letteralmente folgorata da quella gradinata nella roccia, un giardino, un peccato non riuscre a volare per non calpestare alcun petalo. Ieri, una calda domenica di metà ottobre, i gradini sono ancora fioriti, la casa a destra ospita il Museo del Matajur, nella casa a sinistra un siorut svuota un secchio e mi guarda fisso. Sentiero umido, nell'aria fluttuano opachi vapori tiepidi e così fino a casera Tamorsca tant'è che dalla pista non la si vede neppure....e poi il sole che illumina i tronchi accatastati lungo il breve tratto di pista prima di rientrare nel bosco a sinistra, il sole che gioca con le foglie dorate, i faggi non vestono ancora i colori dell'autunno; davanti a me un fischio, si materializzano due cani e due cacciatori fucili in spalla, li rassicuro delle mie intenzioni pacifiche, pure loro si dichiarano pacifici, ma con quegli archibugi non ne sono tanto sicura, faccio il tifo per il loro oggetto dei desideri...La bella mulattiera militare permette di concentrarsi sul paesaggio, la linea di confine del monte Glava regala lo spettacolo del mare di nubi mentre le cime si scaldano al sole e poi la cima vociante. Discreto numero di frugoli e cani con altrettanti genitori vocianti, scendo al rifugio Pelizzo con la folla di una domenica d'estate, subito via a sinistra lungo il sentiero naturalistico che con qualche saliscendi passa accanto alla fonte Skrila per raccordarsi nuovamente alla mulattiera percorsa al mattino. A Masseris, presso la chiesetta, ritrovo i cacciatori, sono allegri....
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08-03-2015 17:54
dago66 dago66
Ho percorso ieri (7.3.2015) l'itinerario da Cepletischis sino alla vetta del Matajur, una delle più belle escursioni fatte sinora. Il tragitto è come da relazione originale e da quella successiva di Luca.daronch ed è stato molto piacevole ed entusiasmante, con la visione mozzafiato del Golfo di Trieste e delle Alpi Giulie, slovene ed italiane.

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25-11-2012 17:27
luca.deronch luca.deronch
Salito oggi ma essendo da solo ho scelto di fare andata e ritorno partendo però da Masseris. Dopo la prima casa a destra si sale la rampa cementata tra le case e sul lato destro della casa più in altro si trovano i segnavia del 736/A. Un bel sentiero a tratti lastricato e con muretti a secco sale abbastanza accentuato per entrare in un bosco di faggio, carpino e qualche abete. Qui il sentiero scompare a causa di recenti lavori di esbosco ed è necessario districarsi tra rami ed alberi. Si tratta di poco meno di un centinaio di metri di dislivello. Ho lasciato degli ometti, ma comunque in paese mi hanno detto che presto i segnavia saranno risistemati. In circa 45m/1 si arriva al bivio nei pressi di Casera Tamorsca, dove si segue l'itinerario descritto fino in cima. Oggi i 1641 metri della vetta erano il limite delle nuvole. Dal mare di nubi spuntava a tratti il gruppo del Canin e il Monte Nero con la catena del Vrata.
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