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Bella (Vetta)
N. record trovati: 2
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18-07-2016 10:18
cheidoi cheidoi
Salita ieri 17-07-2016. Eravamo tentati per il sentiero Re di Sassonia ma poi abbiamo optato per la Vetta Bella. Dalla capanna Brunner seguito la freccia che la indica. Pur se non segnalato, il sentiero è quasi sempre evidente, ed in alcuni tratti evidenziato da piccoli (e a volte sbiaditi bollini rossi) che aiutano molto. Nonostante ciò in alcuni punti serve fare attenzione, ma si capisce subito se si è sulla via giusta. Il tracciato per brevi tratti è impegnativo e privo di attrezzature, e si sconsiglia a chi non ha esperienza o capacità alpinistica, (non è un sentiero per semplici escursionisti) ed in caso di pioggia diventerebbe molto più insidioso. La fatica per raggiungere la cima è appagata dal meraviglioso panorama che ti permette di godere di una vista insolita e meravigliosa sulle circostanti Giulie, ed oltre.
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16-09-2015 09:36
askatasuna askatasuna
Dormire al Brunner mi fa strano. Non sono abituato a certi lussi. La notte si fa ghiresca ma le reti poste sotto le travi centrali promettono una pacifica convivenza tra esigenze umane e zampettii di spiritelli peluchosi che invitano al sonno. La sera mi ha rintanato con un fresco pungente e la Jerebica che si congedava con i suoi fianchi verdi, all’alba ha il colore della notte. Parto con la calzamaglia addosso. Mel Brooks sarebbe andato a nozze! Il troi è un’autostrada, ben visibile e demughizzato all’inverosimile. Quasi un ratto di utilissime liane! Salendo mi godo nuovamente la Cima Alta di Riobianco che si veste d’arancio e i profili fantasmatici delle Giulie slovene. Superata la brevissima paretina d’attacco, il sentiero si rifà docile. Nei ripiani sommitali riecco i camosci! Fuggono tardi. Quasi controvoglia. Dopo esser rimasti immobili a guardarci da vicino per un bel po’, tra una brucata e l’altra, per alleviar la tensione. Le tre ore passate a salutar l’arrivo del giorno sono scandite dai caffè caldi. Pian piano, da dietro Cima Vallone, spunta uno spicchio di Fuart, mentre il Nabois tenta di forare l’azzurro. Le cime attorno al Gorizia paiono confabulare fra loro. Alterno l’affaciarmi sui baratri di Riofreddo con puntate opposte a curiosar la colazione dei camosci nelle risicate praterie sottostanti. In discesa c’è tempo per dedicarsi a pinnacoli e castelli minerali, arzigogolati e fantasiosi. Al cospetto della paretina noto la possibilità di bypassarla. La utlizzo ma dopo una decina di minuti mi sento d’aver barato. E’ una sciocchezza, ma oggi calpesto lis talpadis dal pari! Chissà che labirinto doveva esser a quel tempo il troi! Allora ritorno su e la ripercorro in discesa. Spogliata dell’unica, piccolissima difficoltà, la cima è relativamente accessibile a tutti/e ma mi continuo a chiedere se lo debba proprio essere (pensando ad altre mete ben più impegnative o cai-less). Il confronto con i propri limiti e con la montagna in sé è doveroso, auspicabile e necessario. Ogni dietrofront è tutt’altro che una sconfitta. E’ consapevolezza che si fa crescita. E’ un muso a muso con sé stessi. Non rinuncia, ma ritorno annunciato. Semina d’intenti, fatica celata in ogni maturazione. Opportunità di mutare, di entrar nella mischia delle nostre insicurezze ed uscirne, a volte, e senza dovere alcuno, in parte vincitori. Passo dopo passo. Consci che ognuno/a non possa o debba conquistar ogni meta, che non si tratti d’una competizione perenne con il nostro ego o con obbiettivi gratificanti. Ma solo la curiosità di aprire le piccole ali a nostra disposizione, in perenne equilibrio tra adrenalina e sentimento. Coltivando, ma questa è soggettività pura, il secondo, infinito e meraviglioso orticello emozionale celato in noi.(11.09.2015)
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