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Anello di Forcella Spe da Pian Fontana
N. record trovati: 5
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07-07-2015 21:25
askatasuna askatasuna
Cima Spè: A passo di ungulato giunge un’altra solitaria. Mastica il ghiaino come fosse un marciapiede. E’ nel suo ambiente ideale. Per un trentennio i suoi genitori han gestito il rifugio Chiggiato sotto le Marmarole: proprio quel puntino che brilla laggiù, mi dice! Punta al Pordenone per il sentiero Marini (da cui poi ritornerà sconsolata, no way! frane!) ma anche lei decide di salire a Cima Spè. Il tempo di cambiarmi e lei è già sparita tra le dune grigiastre. Merita cavalcarle almeno un po’, non presentano difficoltà alcuna e regalano un’impressionante veduta sul Cadin degli Elmi. Poi le cose, nonostante il breve dislivello, inizian a farsi più serie. Non è una questione tecnica ma tattile. Qui tutto è marcio. Qualsiasi pietra a cui vien voglia di aggrapparsi, sia un piccolo spuntone o una massa da decine di chili, è inevitabilmente votata a precipitare. Pare aspettare solo la scusa buona per darla vinta al buon Newton! La prima mano l’appoggio piano e m’accorgo del secondo aspetto. Son lame d’ossidiana! Il dito mi si apre come burro! Solo per averle sfiorate! In quest’ambiente così severo, impietose appaiono le Androsaci, a screziare di gioia di vita la sterilità delle ghiaie. Il percorso è garantito da diversi ometti. Una volta aggirati dei gendarmi di pietra sul versante della valle appena risalita, le cose cambiano. Almeno un paio di passaggi risultano infidi: una breve cengia piuttosto esposta ed un passaggio eroso ed inclinato. Questione di gusti. Parafrasando il poeta Brunello Robertetti interpretato dal colossale Corrado Guzzanti direi che “Rispetto i esposti e i friabili…purchè i due finomeni non si presentino, contemporaneamenti”. Dipende da ciascuno/a. Io ne avrei fatto volentieri a meno, in questi casi l’attesa del ritorno intacca l’esondazione emotiva sulla cima. Ma questa s’aveva da salire! S’è a cavallo di una nuvola! Da una parte l’emisfero friulano ove le creste paion cartoline messe una dietro l’altra, tanto risicata è la loro distanza. Dall’altra, un levarsi di titani. Le Dolomiti venete, consce della loro immortale bellezza, son civettuose. L’orizzonte pare dare ad ognuna il proprio spazio, per farsi ammirare. Le regine allungano il collo, mostran le ultime parure candide della stagione, sgomitano per esserci tutte su quella passerella. Da qui sembra che all’appello non ne manchi nessuna. La Croda de Toni che vuol spinger il suo aculeo più in alto delle Tre Cime, poi l’Antelao, che non può mai stare in pace con quel cornetto della Marmolada che spunta da dietro a dire: ci sono anch’io! Il Pelmo e il Civetta a chiuder i conti. Ripresomi da tante prime donne, individuo la vicina Cima Laste, meta del giorno dopo. L’elfa cadorina è partita poco dopo il mio arrivo, così scendo da solo rugnando ai detriti. Altro che cesoie! La scopa dovevo portarmi su per quella cengetta!(24.06.2015)
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07-07-2015 21:24
askatasuna askatasuna
Parcheggio nel mezzo di una mobilitazione. Una marea di scout fanno avanti indrè come formichine. Mi scorre un brivido freddo. Mica punteranno a Casera Laghet di Sora? Per mia fortuna stanno smontando il campo che ha accolto una sessantina di loro a fondo valle. Penso a come reagirebbe un guardiaparco trovandomi da solo, con la mia tenda, nello stesso luogo! L’ingresso nella valle di Santa Maria ha due protagonisti, il continuo baruffar delle acque e una marea di Nidus Avis. Due in particolare, dopo l’ultimo guado e la risalita nel bosco, mi annichiliscono. Stan lì, abbracciate una all’altra, nella penombra. Non è come veder salire mano nella mano delle piante di Luppolo. Queste orchidacee, dalla germinazione all’apertura del primo fiore, attendono nove, lunghissimi anni! Decine di stagioni in cui son preda di ogni elemento, vittime inerti d’ogni calpestio. Un raggio, a celebrar il loro amore, si fa largo tra le fronde, illuminandole a mò di occhio di bue. Come se quel letto di foglie fosse un palco. Come se anche il sole si potesse commuovere di fronte al fato che le ha unite per la fioritura che attendevano da una vita. Riprendo sorridente la via, fermandomi solo alla comparsa della forcella lunare che m’attende. Le recenti piogge han creato delle cascatelle sulle terrazze rocciose a occidente, mentre le balconate della Costa de la Piura brillano come pepite, con quei granelli di quarzo liquido incastonato tra le rocce. Poi tutto si fa sabbia. Gli stessi rivoli che scendon spauriti, paion intrusi in quel deserto di ghiaie. Nei pressi della forcella mi fermo. Lo sguardo si tuffa nella valle e viene incanalato sul lontano Vacalizza mentre a destra si blocca davanti alla bastionata che culmina con Cima dei Preti. Il versante cadorino è un susseguirsi di guglie. (parentesi Cima Spè) Ridisceso in forcella non resisto e vado a presentarmi al Gervasutti, tanto ci si vedrà più avanti. Sul troi un formicaio dolomitico. Biancastro, è solo sporcato dai pochissimi aghi marroncini, qui il proletariato montano se l’è dovuto costruire trasportando granelli di pietra. Atri che body-building, mò! Il bivacco a semibotte allargata è simile al Marussich anche se meno curato all’interno. Il sentiero Marini, interessato da frane, ormai ha un tratto di lastra morenica che non può esser affrontata a meno trasformasi in spiderman. Io proseguo di valle in valle verso la casera che m’aspetta. Il cielo s’ingrigisce e le nuvole, appesantite dal divorar l’aere, s’abbassano e chiudono il sipario sulle vette. Restano però in bella mostra i ricami del troi che mi attendono. Il timore di un acquazzone mi fa allungare il passo, forzandolo proprio su quei saliscendi che dovrebbero esser culle emozionali da godersi con lentezza. E’ incredibile quanti micromondi possano celarsi tra le pieghe delle cime! Fino a quel catino incantato, rallegrato dalle Nigritelle! Il ricovero è stato recuperato in maniera splendida. L’esterno, discreto, è stato edificato con le pietre originali, l’interno è molto più che accogliente, i rivestimenti in legno, la stufa e quei materassoni uno accanto all’altro che chiamano sporofondii! L’acqua a poca distanza è la chicca che ci mancava.(24.06.2015)
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23-08-2014 00:01
alessandro alessandro
Escursione odierna.
Ai due precisi e utili commenti precedenti aggiungo che si tratta di un'escursione oggettivamente faticosa. Al semplice dato numerico del dislivello si somma il fatto che il sentiero di salita presenta punti davvero molto ripidi, specie negli ultimi 150-200 metri di dislivello prima di arrivare alla forcella.
Il rientro é più clemente per quanto riguarda la ripidezza, ma chilometricamente sembra non finire mai, anche perché la quota sembra non calare mai, visti i numerosi saliscendi.
Se il tempo non è perfettamente stabile, consiglierei di raggiungere il "punto di sicurezza" di casera laghet de sora il prima possibile perché ci sono un paio di tratti (uno molto breve dopo la forcella spe e uno più lungo dopo forcella pedescagno) in cui il sentiero è molto franoso e friabile, oltre che abbastanza eroso, che non sarebbe proprio il caso di trovarsi a percorrere con la pioggia.
Il guado del torrente alla partenza non è stato proprio immediato (se ha piovuto nei giorni da poco, considerate seriamente di portarvi gli stivali di gomma: si imboscano un po' e si recuperano al ritorno).
Segnavia non abbondanti (il che non è necessariamente un male), ma molto ben posizionati, nessun problema di orientamento.
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21-09-2012 10:39
mauro.girotto mauro.girotto
Ho percorso l'anello il 16/09/12, raggiungendo anche il bivacco Gervasutti. Per chi lo volesse raggiungere consiglio di passare per forcella Spe. La traccia più bassa è più scabrosa e presenta un punto franato di recente (4 anni fa non ho ricordi che ci fosse) che richiede particolare attenzione: si tratta di un attraversamento di paio di metri su ghiaie dure, privo di appigli per le mani. Con la variante al Gervasutti il dislivello arriva sui 1.600 m. Il tempo di percorrenza, senza pause, è sulle 7 ore e mezza: esattamente quanto indicato sulla guida di Visentini.
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12-09-2012 17:32
Michela Michela
Inauguro i commenti a questo anello: un tratto intorno a q. 1150 nella val di Santa Maria è stato ritracciato con giro più largo a sinistra, evitando così l'unica insidia della cengetta bagnata: il sentiero si riaccosta alla forra perdendo circa 60 m di dislivello, ma ora è più comodo e sicuro anche in caso di maltempo. Questo rende l'anello ugualmente consigliabile in senso inverso, se si vuole evitare la risalita di un buon tratto di faticose ghiaie alla testata della valle di Santa Maria, e se si preferisce un ritorno poco frequentato. Nel complesso è un percorso con grandi pregi ambientali-paesaggistici, splendido il tratto lungo il sent. 389 che attraversa luoghi sereni e appartati: la val Misera e la val dei Laris sono piccoli gioielli che invogliano a tornare per ulteriori divagazioni...
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