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Sentiero attrezzato del Prescudin

10-11-2016 18.22
askatasuna askatasuna
Condivido un’altra “relazione non relazione”, priva di foto. Non perché non le abbia scattate, ma in quanto questo non-sentiero (dismesso da anni, come ho scoperto solo in loco) è affar di salvadis. Non ci sono istantanee che tengano, non ne basterebbe neanche un giga. E’ la nemesi della Prescudin frequentata dalle masse. Un luogo di perdizione per pochi, per quelle anime che qui si trovano a casa, pronte ad annusar le tracce, consce delle difficoltà che vi si potranno presentare. Un itinerario che i più non ci penserebbero lontanamente a percorrere ma che, a parer mio, merita d’esser calcato e che lascerà emozioni indelebili. Questa è l’area Wilderness della valle e non ci sono cartelli che la indichino. Il conto che ti presenta alla fine è salato, in stanchezza, mateamenti ed ore di cammino, ma mi ha ripagato di ogni sforzo profuso. Lascio qui delle note in merito, ma il consiglio, per chi avesse una sensibilità affine e l’autonomia necessaria, è quello di non perdere neanche un minuto a leggere il malloppone, ma di ritirare l’ancora per partire all’assalto dell’oblio!

Difficoltà: EE
Dislivello: 1300 metri
Tempo di percorrenza: 9 ore
Cartografia: 12 Alpago-Cansiglio-Piancavallo, Tabacco 1:25.000


LATO A (pragmatic side)

Raggiunta villa Emma, nel cuore antropizzato della val Prescudin, si segue il troi 978 che percorre la val Tasseit. Lo si lascia a destra quand’esso prosegue verso la forca di Sass (quota 950 circa), continuando per il 978a che punta al bivacco Pastour e che sale, placido ma scomodo, coi suoi tornatini infiniti, addomesticando il Gravòn dai Salz. Attorno a quota 1250 circa, la segnaletica indica una secca curva a sinistra ma poco sopra, un masso rivela come esso fosse il bivio del troi 980, oramai dismesso e che garantisce l’accesso solamente al bivacco val Zea, all’altro capo dell’acrocoro. La traccia è ancora ben presente e già si nota, senza saperlo, l’intaglio lontano che, al limite della faggeta, s’inerpica sulle rocciose protuberanze del Messer. Ci si inoltra nel bosco superando i primi dei tanti schianti presenti. Una volta usciti, s’ha da oltrepassare un canalone friabile. Dall’altro lato, un segnavia sulle ultime rocce non sgretolate ci ricorda che siamo sulla via giusta, ma può confondere le idee. Io ci ho perso un bel po’ di tempo, cercando troppo in alto il proseguo del cammino. Ci si deve infilare nel bosco una decina di metri più in basso, senza accondiscendere alle altre (presunte) tracce che salgono. Ritornati all’aperto ci si trova di fronte all’impluvio asciutto di un rio e si nota un ometto sull’altro lato. Per raggiungerlo è consigliabile perdere qualche metro e guadagnare la sponda opposta. La traccia prende quindi a salire a zig zag al limitar del bosco per poi quietarsi in un falsopiano. Il panorama si riapre poco dopo, quando si rasentano delle splendide rocce smangiate. Un altro impluvio è da assecondare. Un bollo sbiadito si nota dall’altro lato ma in ogni caso basta raggiungere il costone che s’ha di fronte e risalirlo. Come già s’è incontrato in precedenza, il sentiero pullula di cavi discontinui. La maggioranza di essi sono divelti ed inutilizzabili, solo qualcuno può venire ancora in aiuto, ma chi ha intenzione di percorrere questo splendido e selvatico angolo della val Cellina, dev’esser preparato a farne a meno. Indi s’ha da assecondare ancora un tratto eroso e friabile senza cavesco ausilio che si supera con attenzione a causa dello smottamento di parte del sentiero. Un’altra caratteristica che s’incontrerà spesso, ma senza mai giungere a difficoltà non superabili con passo sicuro. L’ultimo tratto prima dello scavallamento presenta una piccola difficoltà. Il sentiero ha ceduto ed il cavo s’è trascinato con sé una bella pietrozza. Piuttosto di scendere qualche metro su terreno infido è meglio fare qualche passo a gatto sotto i mughi, resisi particolarmente invadenti. Si continua per un traverso detritico ed un po’ rovinato, per poi salire con più decisione seguendo i cavi, questa volta ben solidi. Finalmente si raggiunge il minuscolo intaglio che appariva dal 978a. Qui, appoggiate su altre legnose, vetuste e marce, troviamo le uniche attrezzature ancora intatte: delle scalette metalliche che ci permettono di guadagnare in sicurezza gli ultimi, ripidi ed esposti metri. Si scende per un bosco ripido, dalle piccole svolte, talora illogiche, per divenire mano a mano più aperto. Da questo punto in poi il cammino s’addomestica, lasciando spazio solo a qualche piccolo dubbio che però si risolve in fretta. Il troi che costeggia in leggera salita i versanti del monte Antander pare vicinissimo. Ma per raggiungerlo s’han da assecondare, una costante, le invisibili pieghe della cima che lo precede. Percorrendo cengette suggestive, in un cammino a tratti scavato nella roccia (un fittone è saltato a metà ma il cammino è comodo), con ancora presenti staffe ben solide, mentre i cavi son ben sommersi dai resti delle lavine. Si scoprono così canaloni scolpiti, la cui bellezza premia ogni sforzo. S’entra e s’esce nuovamente dal bosco, incontrando uno degli ultimi ghiaioni. Da prestare attenzione alla traccia in discesa, solo un tornante e mezzo, che poi s’infilar nuovamente tra le chiome in un tratto invaso dagli schianti. Una leggera discesa e si trova il bivio d’un altro sentiero dismesso che porta(va) al bivacco Toffolon e che scende ripido verso la valle. Poi, nonostante gli schianti, la traccia ritorna netta, a salire. Gli succede un altro pezzo eroso e slavato con un bosco ancora ingombro di ferite. Ho fatto un ometto per segnalare l’altezza della prosecuzione ma consiglio di scendere pochi metri fino ad incontrare un varco e risalire a trovar la traccia (evidente). Cos’altro? Qualche cavo a penzoloni, altre staffe, rocce scalinate, ma oramai il peggio è passato. Si rientra ancora nel bosco, incontrando una scala curiosamente appoggiata su di un albero. Segno che poco oltre s’avrà da discendere un ripido costone erboso col cavo a livello del terreno, facendo attenzione agli scalinamenti! L’ultimo ostacolo è uno sfogo impluviale che, nel tempo, ha accentuato la sua profondità e ci obbliga a scendere qualche metro in più per guadagnare l’altra sponda. Finalmente o purtroppo, a seconda dello stato d’animo o del fisico, si giunge così al bivacco val Zea dove tutto torna normale, con una gentile e riposante discesa.



Note a margine:

In primis è da sottolineare come l’autunno inoltrato sia il periodo ideale per godere dei cromatismi della valle e percorrere questo paradiso “dal salvadi”. Da evitare in primavera, a causa della neve che renderebbe pericoloso il passaggio di canaloni ed impluvi, così come nei periodi caldi quando, oltre a sfiancare il corpo più di quello che già richiesto da questa lunga traversata, aumenterebbe l’insidia vipere, accentuata in diversi tratti ove il cavo è sommerso dalle erbe. Ovviamente questo percorso s’ha da affrontare in una lunga ed intensa giornata, con abbondanti ore di luce, tenendo in conto dei possibili ritardi sul tempo di marcia, dovuti alle incertezze o alle difficoltà. Una via di fuga è l’altro sentiero dismesso che scende ripido costeggiando il lato nord del Medol e che collegava la val Prescudin con la valle Antander, attraverso la forcella omonima. Ma non avendolo percorso e vista la sua ripidezza, non mi sento di consigliarlo. Tanto più che una volta incrociatone il bivio si son già superate le difficoltà maggiori. Un punto d’appoggio in caso di ritardi o maltempo è costituito dal bivacco val Zea, a due ore e mezza dal parcheggio di Arcola. Classico fondazione Berti con nove posti letto, materassi, coperte ed una stufa. L’acqua è segnalata disponibile in un vicino canalone ad una decina di minuti. Se non posso che sentire ancora vivo e pulsante l’entusiasmo di quella giornata, le emozioni stipate nello zaino, i continui cambi di paesaggio ed ambienti, mi preme sottolineare, ancora una volta, come si tratti di un percorso per escursionisti esperti, autonomi, allenati e con passo sicuro. Ma soprattutto è una questione di consapevolezza e di ciò che si cerca. A seconda del proprio intimo sentire, oltre che della mera esperienza, questa maratona non può che rendere la giornata indimenticabile, nel bene o nel male.

Detto ciò mi permetto, senza volontà di vis polemica, di dire la mia sul destino del fu 980. La dismissione di un sentiero spesso avviene per gravi sconvolgimenti del percorso oppure per la difficoltà a provvederne alla manutenzione, visto il dissanguamento dei volontari e la difficoltà di seguire centinaia e centinaia di chilometri. Ogni traccia bollinata e superstite merita un plauso nei confronti di chi se ne prende cura. Talvolta si eccede nell’addomesticamento delle montagne, trapanandole ed attrezzandole (vedasi le recenti vicende che han coinvolto i Brentoni) ed in merito a questa eterna querelle, mi son fatto un’opinione ben definita e radicale. Si sa, una volta compiuto il (mis)fatto quei serpenti zincati o d’acciaio che siano, non si muoveranno dalla loro tana, ma è quantomeno indiscutibile di come, una volta dismessi sentieri come questo, sia imprescindibile liberarli dalle ferraglie. Non è solo una questione etica o di rispetto nei confronti della montagna. Ma anche di responsabilità e sicurezza. Se nella prima parte del sentiero li trovi sconsolati a penzolare, nella seconda sono sommersi da smottamenti o celati dalle erbe e l’attenzione dev’esser costante, non tanto per le difficoltà tecniche del terreno, quanto per la sua “contaminazione antropica”. La dismissione inoltre, deve prevedere informazione. A villa Emma sulle numerose tabelle, non ne ho incontrato nessuna che segnalasse l’inagibilità del 980. Salendo al Pastour si fa finta che esso non esista, lasciando una fantasmatica numerazione su di un sasso. Dall’altro lato, la segnalazione d’inagibilità appare solo una volta raggiunto il bivacco val Zea. Il sito della Commissione Giulio-carnica sentieri poi, che dovrebbe fungere da bibbia aggiornata della sentieristica regionale, presenta delle lacune. Se da un lato nella descrizione, il sentiero in questione è descritto fino al ricovero di cui sopra, nella mappa allegata e nella descrizione delle foto, esso si presenta ancora nella sua totalità. Fortuna vuole che io ho incontrato proprio ciò che cercavo ed i “mateamenti” dovuti al percorso disagevole non hanno minimamente intaccato il sorriso, anzi, sono stati un prezzo leale per calcare sottovoce un ambiente di straordinaria bellezza ed integrità.

LATO B (emotional side)

Neanche il tempo di vivere la delusione nel rimetter i sogni d’alta quota nel cassetto, che la bramosia dei colori e delle danze prende il sopravvento. Voglia di bosco e d’incendi cromatici. Ricerca di silenzio, per sentire veleggiar le foglie una ad una. Così, per caso, scelgo di puntare alla Prescudin. Mi incuriosisce quel sentiero attrezzato che snobbavo da anni. Senza immaginare che quella lunga passeggiata contemplativa che avevo in mente, si sarebbe trasformata in qualcos’altro. Trovo la strada in ombra, ben fatta! Il ritmo si adegua alla temperatura ed eccomi a villa Emma. Dai vari slarghi nella vegetazione il panorama è già da incorniciare: la dorsale del Frate-Resettum da un lato e quella del Crep Nudo dall’altro, che si mostra con calma, una cima dopo l’altra. Anche l’Arghena fa bella figura in una mattinata tersa, ma è la mole del Messer che s’impunta al fondo della val Tasseit. Le luci mattutine accentuano a dismisura quelle oasi rugginose che paion vive e decise a conquistar anche le mughete. Poco dopo la villa, la faggeta si dirada e assume tutt’altro aspetto. Credo sia tutto un piano prestabilito dalla gestione sperimentale della foresta. Il colpo d’occhio è in bilico tra il comico ed il fantastico. Esili ed altissimi faiârs, ben distanziati, paion celar ai corvi un plotone di tassi. Al contrario dei fratelli spilungoni essi son di dimensione ridotta ma, l’allargar le loro chiome a più non posso, gli dona una dinamicità tutta loro. Paion voler migrare a valle! Sembrano muoversi in branco! Inizio a prender quota ed ecco che spunta il Provagna, ma la vista è tutta per quel muschio ramato che ricopre le dorsali del Medol e del Messer. Paion cotonati quei faggi! Il Crep Nudo spunta finalmente da dietro, curioso, gli mancan due spuntoni a mò di orecchie per essere il Totoro della situazione. Il troi che sale verso il bivacco Pastour è una noiosa via crucis a tornantelli, ricolma di pietrame. Vorresti tagliare per i verdi, ma è solo apparenza, solo qualche ciuffo a celare altro, incomodo pietrame. Così mi rassegno a salir ondeggiando. Se solo non dovessi guardare dove metto i piedi! A quota 1250 cerco il bivio. Ma un segnale su di un masso segna imperterrito la svolta a sinistra. Il fatto di non trovare indicazioni del 980 per il bivacco Zea una volta entrato in val Tasseit, non mi aveva instillato nessun dubbio. Una veloce curiosata sul sito della Commissione Giulio-Carnica sentieri mi aveva tranquillizzato. Il 980 c’era, descritto solo dal palazzo Prescudin al bivacco Zea, ma sia la mappa allegata che le foto, descrivevano la sua intera percorrenza. Trovo pure la conferma sbiadita su di un grande masso poco a destra dell’inversione di cui sopra. La traccia è netta e parto, superando i primi schianti. Poco dopo si esce dalla vegetazione proprio dove uno spuntone si sgretola in un canale di ghiaie. Ci perdo quasi un’ora attorno a quello spuntone. Dentro il dedalo di rami, su per un canalone erboso, poi mi ritrovo sopra lo spuntone che, vigliacco, mi ingolosisce a salir le sue paretine, ben sapendo che non corrispondono alla traccia. Ma almeno saluto il Castello ed il Raut! Poi scendo, quasi deciso ad abdicare per il Pastour, quando eccoti la traccia, qualche metro più in basso di dove la cercavo. E’ il segno che s’ha da fare! O almeno provarci! L’itinerario mi conquista subito, è un’alternanza continua di ambienti, una fisarmonica che s’apre e chiude sulla valle, ti copre gli occhi con le foglie come fossi un bimbo, per poi toglierti i rami dal viso e farti godere del panorama o di splendide pareti. Da sotto non riesco ad individuare lo scavallamento sul crinale nord-est del Messer, facilitato da un trio di scalette. Sono più “incantesimato” ad osservare gli ultimi spuntoni erbosi. Da sotto, qualche lustro fa, la valle s’è presentata ai fratelli alberi con una bandierina in mano. Dev'essersi schiarita la gola per metter tutti sull'attenti e proceduto al conto alla rovescia: tre, due uno e via, il drappo viene lasciato cadere. Allora ecco che tutte le forme vegetali partono a razzo, inerpicandosi ove possono, scavalcando le radici dei fusti più minuti o passandone al di sotto, come formichine. Così in pochi metri quadrati oggi ci trovi un po’ di tutto, abbarbicato in maniera precaria. La corsa verso il proprio posto al sole è terminata con l’occupazione sistematica di ogni aiuola verticale. Qualcuna troppo striminzita per sorreggere tutte le radici, penzolanti. Anche i primi cavi penzolano sconsolati, una costante dell'itinerario, anche se qualcuno si renderà utile. Le scalette, invece, reggono perfettamente, appoggiate sopra a quelle di legno oramai marcite. Intanto inizia la sagra dei camosci, dove non incontrarli se non qui? E’ il loro regno! Così eccoti la madre col cucciolo, un altro solitario e ancora fischi! E ghiaie, e boschi, e cengette e ripidi verdi. D’annoiarsi non v’è possibilità alcuna. Assecondare i capricci delle falde della montagna, non moltiplica solamente la lunghezza d’un tratteggio rosso (nero nelle mappe più recenti) ma regala pareti su pareti. Ognuna con la sua anima, ognuna completamente differente per carattere e conformazione. C’è quella biancastra, modellata dalle acque, quella che mette in mostra le striature nerastre, quella stizzosa e verticale e poi quella completamente difforme che è tutta uno sbrodolio. Aggirato il punto più alto si nota la traccia che riprende in salita. In realtà pare vicina, ma ci separa un tratto di gonna ben piegato, su cui i sarti del passato han dimenticato qualche graffetta (leggasi staffa). Tutto continua così, sinusoidale, per quattro e più chilometri, in costante mutamento. Quando incrocio l’unica metà rimasta della freccia che segnalava il vecchio troi che saliva a forcella Antander, sono oramai le due passate e di strada ce n’è ancora! Poco più avanti, la fiancata della montagna diventa un colatoio di ceramica impolverata. Cinque grandi salti paiono la sezione di una colonna vertebrale. E’ ovvio come, un tempo, qui vivesse una cascata e come, per amore o sete di conoscenza, se ne partì, a curiosar il mondo. E poi ancora quei fili d’argento sbiadito a penzolare, una staffa e delle tacche scavate nella roccia che mimano fossili di gradinamenti invernali. Il tutto contornato da una valle che si fa tavolozza. Un campionario infinito di sfumature che si susseguono. Altri due passi e toh! Appare una vecchia scala di legno appoggiata su di un faggio. In mezzo al niente, indirizzata verso il nulla e, per di più, con gli scalini al contrario. Come se fosse lì per far salire le foglie, dai rami al terreno. In realtà poco dopo, capirò come non si tratti di un’installazione artistica, ma di un rimasuglio delle sorelle interrate per addomesticare un ripidissimo crinale erboso. Proprio al suo termine se ne trova un’altra, ben più rilassata, che sonnecchia obliqua sul suo faiâr. Poi ci si mette anche la luce, in un giorno autunnale per eccellenza e ora dominato dal grigiore. Non un raggio penetra quella coltre, tranne un occhio di bue puntato sul monte Formica. O meglio, su quel dente di roccia che si è scrollato di dosso ogni alberello. Più che un effetto scenico, una vera e propria trasfigurazione! Una deflagrazione luminosa accentuata dalle rocce. Rientrato nel bosco, giungo presto al bivacco che m’accoglie con quei faggi piegati ma non spezzati. Arcuati, attendono cacciatori giganti che sappian cosa farne di quelle forme! L’ultima delle tante bizzarrie della giornata. Apro la porta metallica ed esce un insopportabile fetore di carogna. Mi discosto, lasciando respirare il povero bivacco per un quarto d’ora, il tempo di mezzo panino e vie, ca a son già lis cuatri! Rallento solo dinanzi a quella specie di sonda spaziale uscita da un romanzetto degli anni cinquanta. Penso sia la gemella di quella commentata da Francesca sul bivacco Pastour. Poi tutto si fa bosco, morbido e dolce. Pure troppo! Con quelle anse così svogliate di portarti a valle! Vorresti tagliare ad ogni curva, ma pare che chi ha apposto i piccoli segnavia, l’abbia fatto con l’intenzione di non darti indizi sul proseguo, calmando il trotto di frenetici rientri. Dopo nove orette di galoppata ritrovo l’auto, senza aver sfiorato bipede alcuno.
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