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Monte Siera (2443m) per il canalone sud - via normale

31-07-2016 12.05
askatasuna askatasuna
Condivido degli appunti sulla recente salita al Siera, o Spitz per gli autoctoni di Plodn. Appunti non solo per la parzialità del lato A, ma anche per l’assenza di istantanee. Le foto qui servono a ben poco ed anzi, possono trarre in inganno su pendenza e terreno. Una relazione completa sarebbe complessa ed inutile visti i numerosi bolli che guidano la normale per il canalone Sud, e soprattutto per il carattere stesso dell’ascesa che travalica l’escursionismo, richiedendo esperienza, passo sicuro ed autonomia nelle scelte. Come testo di riferimento ho usato la bibbia di Gaberscik (Guida escursionistica alle Alpi Carniche), anche se nella pratica è rimasta quasi sempre in tasca. (20.07.2016)
Allegato: Il Siera da Cima Sappada.JPG
Monte Siera (2443m) per il canalone sud  - via normale
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31-07-2016 12.07
askatasuna askatasuna
Difficoltà: EE /A PD (II)

Dislivello: 1300 metri

Tempo di percorrenza: 6/7 ore

Cartografia: 01 Sappada, Tabacco 1:25.000
Allegato: Pareti.JPG
Difficoltà: EE /A PD (II)<br /><br />Dislivello:  1300 metri <br /><br />Tempo di percorrenza: 6/7 ore <br /><br />Cartografia: 01 Sappada, Tabacco 1:25.000
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31-07-2016 12.08
askatasuna askatasuna
LATO A (pragmatic side)


Le difficoltà tecniche del Siera non si misurano tanto in gradi (max II) ma nella debolezza d’una roccia marcia che mal s’accoppia ad un terreno ripido e ricolmo di detriti. Il casco, se l’ascesa non s’affrontasse in solitaria assoluta, è indispensabile. Nonostante tutta l’attenzione possibile è infatti quasi inevitabile far volare qualche briciola a valle. La concentrazione si rende necessaria per buona parte dei quattrocento metri del canalone, soprattutto in discesa. Raggiunta casera Siera (in via di ristrutturazione) s’individua la traccia che diparte, dietro lo stabile, verso sinistra. Netta, non lascia adito a dubbi, porre solo attenzione a quota 1880 circa, a non prendere una deviazione a sinistra che porta all’attacco del canalone Sud-Ovest. Guidati dagli ometti, si continua fino ad attraversare, prima di raggiungere quota 1900, il grande canalone detritico, notando dall’altro lato una traccia che risalta sotto un torrione di roccia, grazie alle rade erbe. L’attacco, ove un tempo era presente un ponticello di legno ora crollato, fa subito da selezione. Per giungere al primo canalino verticale è necessario superare una fessura esposta, dove grandi leve posson rivelarsi utili (presente spezzone di corda circolare che non aiuta la progressione e su cui non mi assicurerei mai). Poi è tutto un poggiar le mani o tastar le rocce con le zampe. Per l’ingresso ad un successivo canale i nuovi segnavia portano a superare direttamente un paretina in un traverso con pochi appigli solidi. Al ritorno io ho optato per calarmi qualche metro nel canale stesso e risalire. In un paio di altre occasioni abbiamo scelto vie alternative ai bolli, soprattutto nel punto chiave, a quota 2140 circa. Qui, la via segnalata affronta due salti in successione, chiusi in uno stretto budello di roccia (presente uno spezzone di corda). Tale tratto del canalone è caratterizzato dall’umidità. Le rocce viscide, per quanto compatte, ci han subito convinto a prediligere l’alternativa di sinistra, inerpicandoci su di un manto estremamente friabile. Anche più in alto ci siamo discostati di poco dai bolli per trovar terreno più sicuro. Le scelte sono soggettive e tutte visibili, almeno in salita. In caso di ritorno per la stessa via è bene ricordarsele per la discesa, evitando di trovarsi di fronte a salti che obbligherebbero ad un dietro front. Poco oltre i due camini ci si ritrova, inaspettatamente, su di una cresta erbosa (2200 metri circa). Si prende a sinistra, raggiungendo un ulteriore costone verde per poi ritornar a calcar pietra in un erto canalone. Si prosegue senza grosse difficoltà, a parte il terreno a cui ci si sarà, giocoforza, abituati. Raggiunta una forcelletta, si lascia sulla destra l’antecima est, risalendo gli ultimi metri fino alla doppia croce di vetta. La nostra intenzione di scendere per il canalone Sud-Ovest è scemata dopo la lunga sosta sulla cima, invasa dalla fumate. Dall’attacco la salita è durata una novantina di intensi minuti, comprese foto e deviazioni dalla traccia principale. La discesa invece qualcosina in più, il che fa ben intuire il carattere del terreno in cui ci si muove. Si rivela quanto mai necessario saggiare ogni appiglio prima di affidargli la nostra sorte. L’esposizione non è eccessiva ma una caduta non sarebbe né breve, né indolore.
Allegato: Ometto.JPG
LATO A (pragmatic side)<br /><br /><br />Le difficoltà tecniche del Siera non si misurano tanto in gradi (max II) ma nella debolezza d’una roccia marcia che mal s’accoppia ad un terreno ripido e ricolmo di detriti. Il casco, se l’ascesa non s’affrontasse
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31-07-2016 12.09
askatasuna askatasuna
LATO B (emotional side)

Edi accondiscende alla proposta d’una traversata per le gole del Siera. Ignoriamo come troveremo quegli angusti pertugi tra gli stipiti del monte o se dovremo abdicare in corso d’opera. Ma Edi, in questo, mi è simile. Tornà in daûr a sares une vitorie compain! La meta è il viaggio stesso, non c’è sete di conquista ma dome voe di gjoldi, insieme. Così lo zaino, senza obbiettivi o aspettative, si rivela più leggero. Al primo ponte della borgata di Bach i temoli si sentono osservati. Se avesse degli artigli e magari un paio d’ali (in mancanza della canna) per Edi la giornata finirebbe qui. Continuiamo per il troi, osservando a malavoglia un cielo che da terso inizia presto ad affollarsi. Non prima d’averci lasciato assaporare le colorate pareti del Creton, che sorridono al mattino. Casera Siera è in via di rifacimento. Il mio compagno di viaggio sottolinea le splendide fatture delle pareti esterne, poi, tra un saluto bovino e l’altro, si parte. Alla vista del maestoso anfiteatro cala il sipario. La fumate s’apposta poco sopra le guglie e fa già intuire il resto della giornata. Ma già esser sotto di loro, a testa insù, vale il biglietto fino a qui. Splendidi pinnacoli di fango, changeling per vocazione, capricciosi esteti. Qui nulla è eterno, il mutar d’abito e fogge è il carattere distintivo d’uno sgretolio vanesio. Ogni blocco si fa divorare per avere il proprio spazio in una scenografia imponente. Pare un muro, ma basta abituare l’occhio ed i mille piani in sequenza appaiono uno dopo l’altro, donando profondità alla bidimensionalità apparente.
Allegato: La entrada està a la derecha.JPG
LATO B (emotional side)<br /><br />Edi accondiscende alla proposta d’una traversata per le gole del Siera. Ignoriamo come troveremo quegli angusti pertugi tra gli stipiti del monte o se dovremo abdicare in corso d’opera. Ma Edi, in questo, mi è simile. To
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31-07-2016 12.09
askatasuna askatasuna
Individuiamo la porta dell’Ade, o al contrario, del paradiso minerale che ci attende. Uno striminzito tappeto verde pare invogliare a prender posto sul battello di Caronte. Ha l’aria di inghiottire ogni folle che vi si inoltri, senza facili uscite di sicurezza, senza via di ritorno, come se una volta oltrepassata la soglia, ci attendesse solo il Minotauro. Quella fessura, che ha digerito da tempo i fusti che tentavano d’addomesticarla, rappresenta l’ultimo avvertimento. Lasciate ogni solidità o voi che entrate. E noatris entrin, veh! I bastoncini potrebbero far nanna qui. E’ tempo di mani, o meglio di raccolto. Ogni frammento sfiorato è pronto per infilarsi nella gerla. Come se ti aspettasse da tempo. Immagino quante mani abbiano trasformato queste pareti, come fossero mollica. Da un lato escono i porchi e i miei “ti vevi dite di là sul Cumieli! Ma tu no...nin sul Siera!” ma in realtà son rugnosità sorridenti, in primis perché la meta l’ho proposta io e poi senza questa dedizione al frantumarsi la scorza, gli occhi non potrebbero perdersi in una gola angusta, ove ogni dettaglio ti rapirebbe per mesi interi, ove ogni profilo, dopo qualche metro appena, muta d’essenza, assumendo un aspetto totalmente differente.
Allegato: Shadows.JPG
Individuiamo la porta dell’Ade, o al contrario, del paradiso minerale che ci attende. Uno striminzito tappeto verde pare invogliare a prender posto sul battello di Caronte. Ha l’aria di inghiottire ogni folle che vi si inoltri, senza facili uscite di sicu
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31-07-2016 12.10
askatasuna askatasuna
La fumate poi, fa il resto. La fumate… “odiosa” compagna di viaggio, ultimamente sempre presente. Osteggiata senza ragione. Ciò che toglie è complementare a ciò che offre. L’atmosfera che crea, in ambienti come questo, rasenta la trascendenza. Dona vita ad un immoto apparente. Mostra lo spirito della montagna. L’evanescenza diafana popola di figure un mondo che pare limitato alla vista ma che, in realtà, trasla in un universo parallelo, in un’infinita gabbia sensoriale che non ti fa rimpiangere nessun panorama. E’ semplicemente un’ altra storia. Basta volerla leggere, sentendosi a proprio agio nella sua trama, e viverla. Altre vibrazioni s’impossessano del tuo corpo. Trascinandolo assieme ai vapori. Acuendo i sensi davanti ad una miopia inaspettata. Poi quei fazzoletti, che invadono lo statico monocromatismo che ha assorbito ogni riflesso! Oasi. Miraggi temporanei che accentuano ancor di più gli ammassi inconsulti di fanghiglie grigiastre che si fan rose del deserto. Accozzaglie astratte a cui non puoi dare senso alcuno.
Allegato: Il versante sud.JPG
La fumate poi, fa il resto. La fumate… “odiosa” compagna di viaggio, ultimamente sempre presente. Osteggiata senza ragione. Ciò che toglie è complementare a ciò che offre. L’atmosfera che crea, in ambienti come questo, rasenta la trascendenza. Dona vita a
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31-07-2016 12.11
askatasuna askatasuna
A casa mi renderò conto di come la stragrande maggioranza delle foto le abbia scattate in verticale. Come poteva non esserlo, in una salita in cui il collo si piega costantemente all’indietro, in cui si è stretti tra la morsa degli abissi! Inaspettata arriva infine anche quella croce gigliata. Con uno sfondo azzurro, che scompare appena la raggiungiamo. Un altro miraggio. In vece di un infinito panorama, l’isolamento. La stessa antecima appare solo a tratti. Ma non è una sosta amara. Tutt’altro. E’ gioia consapevole. A si cjape ce cal ven. E ce cal ven al’è simpri masse. I vapori si fan fitti e decidiamo di scendere per la stessa via. Ancora tra gli echi delle roccette smosse, delle zampe che, ovunque si posino, fan scricchiolare qualcosa. Una discesa in cui il senso del tempo scompare. Poi, una volta usciti da quel gorgo di pietra, al primo papavero tra le ghiaie ci si può lasciar andare di nuovo. Tagliando, seguendo l’impluvio, notiamo il grande dolmen poco distante dal sentiero. Mi pareva terra di giganti! La giornata finisce a Cima Sappada, con una birra in mano. Seduti su di una panchina spostata ad hoc, per far coincidere ogni sorso con un brindisi immaginario. Gli occhi puntati fissi davanti a noi. A salutar quello Spitz che, ritornato solo, si libera dagli ultimi veli.
Allegato: La cruz.JPG
A casa mi renderò conto di come la stragrande maggioranza delle foto le abbia scattate in verticale. Come poteva non esserlo, in una salita in cui il collo si piega costantemente all’indietro, in cui si è stretti tra la morsa degli abissi! Inaspettata arr
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