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Monte Ghisniz da Bagni di Lusnizza

12-07-2016 14.59
Viviana Viviana
Percorrendo la SS 13 in direzione Tarvisio giunti all’abitato di Bagni di Lusnizza si entra verso il paese e si seguono le indicazioni per il museo della foresta e le sorgenti solforose; arrivati a una svolta di 90 gradi verso destra si prosegue ancora dritti per un centinaio di metri lungo una strada, sul lato della quale si parcheggia. Tale strada è a fondo cieco e immette nella pista ciclabile.
Allegato: 22 Uscita dai mughi vista verso la cima.jpg
Monte Ghisniz da Bagni di Lusnizza
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12-07-2016 15.00
Viviana Viviana
Presa la ciclabile verso sinistra, si attraversa il ponte sul fiume Fella. Fatta una decina di metri si vede oltre la vegetazione, a destra, una paretina rocciosa con dei franamenti. Un recente cartellino in legno marrone con la scritta M. Scinauz ci indica la via. Lungo il percorso troveremo altre di queste indicazioni in quanto il tracciato è quello normalmente percorso da chi sale a questo monte, anche se le scarne indicazioni in rete lo danno come alpinistico. Questa paretina iniziale si risale agevolmente lungo tracce che migliorano e portano in una specie di impluvio erboso. Questo, nonostante sia incrociato da varie tracce, va risalito ora sul fondo, ora sui lati sfruttando tracce di passaggio. Ad un tratto si incrocia una traccia in corrispondenza di una nuova segnalazione Scinauz su un albero. Si prosegue quindi, traversando in leggera salita badando ai bolli rossi e segnalini, verso NO fin quasi arrivare al bordo del rio Caludaut dove si inizia a salire e traversare verso est. La vegetazione è per lo più costituita da pino nero e gli alberi più grossi portano ancora i segni dei lavori fatti per la raccolta della resina. La salita diviene via via più dolce e ci porta in una zona più pianeggiante dove la vegetazione è costituita da faggi. Seguendo ora verso nord il margine della spalla sulla quale ci troviamo, giungiamo all’inizio di un traverso che ci porta verso NE. Alla fine di questo si arriva al bordo occidentale del Rio Mascili. Si giunge così ad un bivio; proseguendo c’è un’indicazione per lo Scinauz, mentre a sinistra le indicazioni in vernice blu su una roccia riportano “Scinauz diretta”. Noi abbiamo scelto questa salita, che pur non essendo difficile è piuttosto ripida e si svolge per tracce. Finita la salita, la traccia porta, traversando orizzontalmente, al fondo del vallone che si risale ripidamente, avendo a destra alcuni grossi esemplari di pino nero schiantati, fino ad un’ulteriore indicazione Scinauz su un albero. Qui giunti si passa sotto un caratteristico pino nero abbattuto sulla nostra sinistra e si guadagna così uno spallone che via via si allarga. Siamo qui in un bosco misto, dove la salita è un po’ ostacolata dalla presenza di felci aquiline di notevoli dimensioni da rendere difficile vedere dove si cammina. A fine salita si arriva ad un altro spallone (q. 1241) dove la vegetazione è costituita per lo più da faggi. Nella parte est di questo ripiano c’è un grosso faggio con uno spezzone di cavo d’acciaio ed una targhetta che indica la provenienza di una traccia da S. Caterina (si tratta di un itinerario di cui non sappiamo nulla, a questo proposito sarebbe interessante che eventuali salitori provenienti da questa direzione integrassero queste note). Seguendo le indicazioni di vecchissimi bolli sugli alberi e le strisce di stoffa di cotone rosso, si riesce abbastanza agevolmente a passare questo punto. Ad ogni modo, anche non trovando i segnavie, basta cercare la via più comoda per la salita, tenendo conto che, comunque vada, alla fine di questa arriveremo ad un punto obbligato. Se salendo incappate in resti di reticolati, vuol dire che siete arrivati troppo ad est e quindi salite tenendovi un pò più a sinistra. Salendo notiamo che la luce fra il fitto del bosco diviene sempre più forte fin quando usciamo su resti di un sentiero che porta verso NNO, lo percorriamo agevolmente fino ad arrivare alla base di una paretina, che sarà anche uno dei due punti più impegnativi dell’itinerario. Pochi metri prima della paretina facendo attenzione, alla nostra destra in basso, possiamo scorgere un ripiano, lo si raggiunge scendendo per un paio di metri arrivando così ad una galleria artificiale che attraversa la crestina appena percorsa portandoci ad una cavernetta dove un’ampia apertura permette la vista verso il monte Schenone e il Sechieiz-Berda. All’ingresso della galleria si possono ancora rinvenire un ripiano con resti delle fondamenta di una baracca in legno; probabilmente si tratta di un osservatorio austroungarico risalente alla prima guerra mondiale visto che ci troviamo poco a nord del confine con il regno d’Italia che quella volta passava per Pontebba.
Ritornati alla base della paretina, dopo aver goduto del fresco della galleria, notiamo che il passaggio è più facile di quello che sembrava, pur presentando una leggera esposizione.
Supereremo questo salto grazie alcuni gradini scavati nella roccia ed alcune cengette se non artificiali, comunque sicuramente fortemente rimaneggiate. In due punti ci sono dei fili di ferro ancorati a vecchi fittoni in ferro ed un cavetto d’acciaio lungo qualche metro assicurato con chiodi moderni. Superato agevolmente questo punto, grazie a questi corrimano, la salita torna nuovamente nel bosco fino alla vetta del monte Pin (q. 1506). Proseguiamo quindi per un tratto in falsopiano in un bosco misto di faggi ed abeti tenendoci al centro e cercando i radi ometti e le strisce di stoffa rosse che ci indicano di andare in direzione NO. Anche in questo frangente non c’è possibilità di errore in quanto in alto il passaggio è uno solo.
Salendo alla fine del bosco si arriva ad una fascia di mughi, se si arriva troppo ad est basta seguirla verso occidente fino a trovare un provvidenziale taglio che ci immetterà su tracce di sentiero grazie al quale supereremo queste intricate conifere. Usciamo così definitivamente dal bosco, se l’itinerario fin qui si è svolto per lo più in ombra e se siamo stati fortunati che c’era un pò di vento, da qui in avanti sarà il caldo a farla da padrone. Davanti a noi si apre lo spallone molto ripido che porta alla fascia rocciosa sommitale (q. 1577).
Saliamo questi ripidi verdi fra resti di mughi (vittime di qualche vecchio incendio), la salita risulta facilitata dalle zolle erbose che spezzano la pendenza formando dei gradini grazie ai quali la salita risulta meno dura di quanto immaginato vedendola dal basso. Aggirato senza nessun problema l’orlo ghiaioso di un canalone che scende verso SE, noi proseguiamo e facendo attenzione troveremo, alla nostra sinistra, un ometto e la traccia che parte in traversata verso l’ormai visibile cima dello Scinauz con la sua dismessa base radar militare. Proseguendo invece per la massima pendenza, arriviamo ai piedi delle rocce dove si aprono tre possibilità: continuare verso sinistra, salire dritti per il canalino roccioso che si ha davanti, oppure piegare a destra verso un altro canalino. Avendo trovato tempo fa in rete delle segnalazioni di alcuni sloveni che erano saliti diritti, ma poi concludevano che forse era più agevole il canalino orientale, noi abbiamo optato per questa soluzione. Quello diritto infatti pareva finire abbastanza presto dentro i mughi, e chi va in montagna sa che ogni metro di avanzamento in mezzo ai mughi richiede parecchia fatica. Abbiamo così lasciato dei segnali per quello orientale. Il canalino avrà una lunghezza intorno ai 50 metri ed il fondo è costituito da ghiaie instabili, per cui se si è in compagnia bisogna tenerne conto e procedere con cautela. Ad ogni modo, pure questo ad un certo punto porta dentro ai mughi. La progressione è comunque abbastanza agevole, anche se consigliamo eventuali salitori di portare con sé delle cesoie in modo da migliorare, come abbiamo già in parte fatto anche noi, la traccia esistente. Seguendo le tracce nei mughi si arriva così, finalmente, all’ometto di cima, cima che è costituita da un pianoro coperto da un mare di mughi e percorso per un certo tratto da tracce tagliate nei mughi.

L’itinerario proposto costeggia i confini della Riserva integrale naturale del Rio Bianco che da questa parte è inaccessibile grazie alle difficoltà naturali.
Il panorama dalla vetta nelle giornate terse è fantastico spaziando dalle Alpi Giulie alle Alpi Carniche.
Fatto curioso abbiamo rinvenuto sullo spallone sotto le rocce due bossoli per fucile mod. 91 e quindi italiano datate 1914 e 1915 in quello che allora era territorio austroungarico.

Per la discesa si segue lo stesso itinerario facendo moltissima attenzione ai segnali, ometti radi e spesso scomparsi, bolli, nastrini in stoffa rossi e qualche nastro stradale, in quanto se in salita la via appare sempre abbastanza logica, così non avviene in discesa e si rischia di entrare in canalini e impluvi sbagliati, con conseguente perdita di tempo e aumento di fatica nel cercare la via giusta.

Itinerario consigliato ad escursionisti allenati alla fatica, con buon senso di orientamento e memoria visiva (utile nella discesa), partendo da quota piuttosto bassa (q. 640) ed essendo sempre esposto a sud, l’itinerario, per quanto in gran parte si svolga in bosco, può risultare piuttosto caldo ed afoso, si tenga anche conto del fatto che non esiste possibilità di approvvigionamento d’acqua.

Quota di partenza: 640 m
Quota di arrivo: 1927 m
Dislivello totale. 1287 m

Difficoltà: essenzialmente di orientamento specie in discesa, fino q. 1577 il percorso è quasi sempre in bosco, completa assenza di acqua.
Segnavia: costituiti da radi ometti, vecchi e spesso quasi invisibili bolli rossi nella parte superiore, buoni in quella inferiore; strisce di stoffa rossa (alcune molto recenti), rade strisce stradali (bianco rosse).

Sulla cima non abbiamo rinvenuto nessun libro di vetta.
In allegato a questo messaggio potete scaricare lo zip con tutte le foto dell'escursione.

Tolo e Viviana
Allegato: Foto_Itinerario_Ghisniz.zip
Presa la ciclabile verso sinistra, si attraversa il ponte sul fiume Fella. Fatta una decina di metri si vede oltre la vegetazione, a destra, una paretina rocciosa con dei franamenti. Un recente cartellino in legno marrone con la scritta M. Scinauz ci indi
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