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Cima Valeri (1885m) dalla val di Gleris

17-10-2016 19.02
askatasuna askatasuna
A volte cime modeste e poco conosciute appagano come salite ben più rinomate. L’ambiente particolarmente selvaggio e lo splendido panorama, contraddistinguono l’escursione sulla cima più settentrionale della muraglia di Gleris. Il piccolo prezzo delle risicate incertezze poi, non fa che sentire maggiormente propria e guadagnata la risicata cima e lo splendido panorama che regala.


Difficoltà: EE
Dislivello: 800 metri
Tempo di percorrenza: 5 ore
Cartografia: 018 Alpi Carniche Orientali , Tabacco 1:25.000

LATO A (pragmatic side)


Percorsa lungamente la strada bianca che s’addentra in val di Gleris, si parcheggia nell’ampio piazzale (1120m circa). Si prosegue la carrareccia, abbandonandola al secondo tornante, imboccando il troi 430. A quota 1450 circa, in corrispondenza di un masso che porta le indicazioni, si nota una traccia inerbita che abbandona la via di forcella della Pecora, dirigendosi verso destra (forcella della Vacca). La si segue, raggiungendo un impluvio sassoso che bisogna risalire. In due punti, degli ometti si discostano dalle pietre, per percorrere brevi tratti nella vegetazione. Scorciatoie scomode, da evitare se non in presenza d’acqua. Verso quota 1580 il canale si biforca. Poco prima, una labile traccia punta a destra, verso il bosco. Qui inizia l’unico, breve, tratto che può far sorgere dei dubbi. Avendo curiosato a lungo i due traversi nel bosco, siamo giunti alla conclusione che è impossibile dare riferimenti precisi. Abbiam lasciato degli ometti all’entrata e all’uscita, ma il percorso logico è spesso rovinato da qualche schianto o dalla vegetazione che riprende terreno. Quindi meglio andare sull’empirico che lascia spazio ad ognuno/a di trovare la via più facile, tenendo presente come l’accesso al tratto finale della salita si trovi ad una ventina di metri di dislivello dall’entrata nel primo tratto di bosco. Quindi ci si addentra nella vegetazione senza salire troppo, cercando i varchi migliori ed uscendo, poco dopo, su di un altro canalone. Si supera anch’esso, rientrando nel bosco, sbucando in un altro impluvio asciutto. Qui a quota 1600 circa, s’ha da cercare un grande masso al centro dello stesso, con un ometto. Un altro l’abbiamo apposto poco dopo, nello striminzito e sassoso affluente del canalone che sale in direzione nord-ovest. Lo si segue per una cinquantina di metri di dislivello positivo, per poi raggiungere finalmente l’inequivoca traccia che porta alla vetta. Ampia e ben percorribile, denota il passaggio e la cura nel taglio delle fronde. A quota 1750 circa, sulla destra, appare la deviazione per casera Valeri alta, la cui percorrenza è da verificare. Seguendo il corridoio tra i mughi, in breve si è in vetta. Il ritorno avviene per la stessa via di salita.


Note tecniche:

L’unica traccia in rete su questa cimotta, l’ho trovata nel forum gps di SentieriNatura e risale al 2013. L’autore del tracciato, oltre alla stessa labilità di tracce negli attraversamenti, deve aver trovato l’ultimo tratto fino alla cima, ben più “immugato” di com’è ora. Da qui, credo, nasca il suo commento non proprio entusiasta. Al contrario noi abbiam trovato questa salita molto appagante, per gli ambienti, il panorama e soprattutto per il suo carattere. Con i nostri ravanamenti a vuoto, ci siamo sfogati e chiariti le idee, sperando di facilitare ed invogliare gli e le escursionisti/e che amano le tracce Cai-less a fargli una visitina. Difficoltà tecniche non ve ne sono. La stessa doppia E è dovuta solamente ai due brevi attraversamenti che lascian qualche dubbio sul proseguo della traccia. Ma con le indicazioni di massima, perdersi è impossibile. Ovviamente si rivelano necessarie un minimo di autonomia ed una memoria a breve termine per individuare quei laconici passaggi sulla via del ritorno.

LATO B (emotional side)

Traversando i Falcons con Marco, l’occhio mi era caduto su due cime modeste e su cui m’ero ripromesso di fare una puntata. Le Piche era cosa mia, ne avevo cercato il suo nome sulla cartina, curiosato le vecchie tracce che la raggiungevano e partito, mesi dopo ed in solitaria, per un’odissea folle, battagliando con gli spiriti di scheletri lignei. La traccia che taglia le pendici di Cima Valeri aveva colpito, al contrario, l’attenzione di entrambi. C’era proprio bisogno di un giretto esplorativo, di quelli ove non v’è certezza. Puoi restare ore a vagare, cercando indizi con la lente d’ingrandimento o imbizzarrirti e puntare il primo costone che appare invitante. In realtà tutto sarebbe stato più semplice del previsto. Così ci ritroviamo in una val di Gleris polare. Non è tanto presto ma non sono ancora abituato al freddo e saltello come se m’avessero infilato del ghiaccio sotto la felpa. Marco no. Temprato, si prepara con calma. A darci il benvenuto un’aquila. Pattuglia il cielo ad ali spianate, con troppa eleganza e dinamicità per venire da Cornino e con quelle piume bianche che non lascian dubbi. Il troi sale veloce e noi con lui, poi una curva ed ecco i primi millimetri di neve sulle foglie! Sorriso d’ordinanza e si continua. Poco dopo notiam la traccia inerbita che si stacca dal sentiero bollinato. E’ ben calcata e fino al primo impluvio asciutto non crea dubbi. Ho tempo anche per girarmi ad osservare Cima della Vacca e della Pecora che da qui paion bastioni irraggiungibili, come le altre picche di Gleris. Quanto mi mancava la val Alba con le sue muraglie! Poi però, al primo traverso nel bosco, passo in modalità Sherlock. La traccia si fa incerta e lo sguardo non punta più verso l’alto. Come cani da tartufo col raffreddore, s’inizia a scodinzolare con le narici basse, a cercare spasmodicamente un ramo tagliato, una traccia di foglie calpestate. Usciamo dal primo tratto di bosco e vedo un masso con sopra parecchie piccole pietre. Pare un ometto distrutto e lo ricostruisco. Un’azione che s’è ripetuta più volte nella giornata. Ma questo ometto in particolare mi costerà caro. Passiamo al successivo tratto di bosco. La relazione guida che porto con me, quella del buon Gaberscik, parla di due canaloni e di un successivo traverso. L’omissis sul terzo ci farà perder un’oretta buona. Tracce od ometti non ve ne sono, ma io sono già alla fase due delle mie puntate esplorative. La prima, razionale, dovrebbe essere l’unica. Si basa su ciò che vede e s’intestardisce a carpire dei segnali, a scovare i punti deboli seguendo la logica di salita suggerita dai tratteggi sulla mappa. Ma le concedo sempre un tempo limitato. Non è solo questione di pazienza, è che il cacciator di tracce è una scusa per portare in giro il Taz che è in me. Quando esce, in un paio di sguardi decide la direzione da prendere, il costone o la parete da attaccare, e parte a razzo. Non si sa dove. Molte volte tutto si conclude con una barriera insormontabile ed un mesto ritorno, altre con l’arrivar in vetta, per usar un eufemismo, in modo rocambolesco. Così dopo un paio di puntate nel bosco, inizio a salire. Usciti dalla vegetazione il terreno si fa roccioso e friabile, s’inizia ad usar le mani. Da sotto non si capisce se la cresta che percorriamo porti alla vetta vera e propria. Mi giro verso Marco. E percepisco i suoi pensieri. Son le rimembranze dei porchi tirati sul Frascola. Allora mi fermo e sento il suo parere. Dietro front! Scelta oculata, visto che dal troi che ci porterà in cima, apparirà evidente come a fine scalata ci avrebbe aspettato una lotta mughesca impari e persa in partenza. Però questa puntata nel nulla ci ha permesso di scorgere, per la prima volta, l’ampia traccia che s’apre tra i mughi nel successivo costone. Oramai è fatta. Ci caliamo nel canale successivo, perdendo un centinaio di metri. Troviamo un masso con ometti ed risaliamo il canalino fino a veder la traccia infilarsi a destra tra la vegetazione. In breve siamo in cima. La giornata è splendida. Il cielo terso e ricolmo di piccoli branchi di nuvole che creano affascinanti giochi di luce sulle vette, illuminandole a turno. Il panorama è insolito e lo divoriamo come fosse un panino. Bellissimo il colpo d’occhio su Sernio e Grauzaria. Il massiccio del Coglians, in lontananza, pare aver meno neve di quello del Cavallo, così vicino. Ma è solo questione di prospettiva. Deitro i Falcons rivedo Le Piche e lo sguardo fugge subito via, accondiscendendo al brivido dei ricordi. Poco sopra lo Jôf di Montâs, con la giusta quantità di neve a sottolineare la rocciosa corona sommitale e le pareti sottostanti, che prendon colore. Da qui il Fuart appare solo some una propaggine del fratello minore, mentre spicca la piramide del Nabois grande, imbiancata anch’essa. Restiamo a lungo in vetta. Più a lungo di quanto vorrebbe Marco. Ora è lui ad essere un pò infreddolito ed io a scaldarmi con la vista che spazia su tutta la mia gerla di ricordi. Li passo in rassegna uno ad uno, compresi quelli futuri che alimentano la fantasia, tra tutti lo Scinauz e la Grauzaria. Tante le picche imbiancate ma molte meno di quelle che m’aspettavo. Il Poludnig ha ancora la punta del naso color ocra. Cima Valeri regala una vista privilegiata sul gruppo del Cavallo, dal Malvuerich alla Creta di Rio Secco, per non parlare di quella del Cronz, a due passi due. Ma non posso fare a meno di pensare e ripensare come, questa striminzita oasi scippata ai mughi, debba regalare emozioni incredibili verso il tramonto. Quando il sole, gira che ti rigira, si decide ad illuminare le guglie di Gleris! Poi ispeziono la cresta sud. Dalla relazione in mio possesso che solleticava un anello passando sull’altro versante, i mughi son cresciuti, si son diplomati e han messo su famiglia. Il dedalo che ricopre il tratto roccioso fino alla forcella quotata 1810 è decisamente impraticabile. Resiste la traccia che punta a casera Valeri, probabilmente quella chiara linea orrizzontale che vedevamo dai Falcons e che fu galeotta. Ma non c’è tempo per scendere ed invece di spuntar una cima dalla lista, la rimettiamo in conto per risalirla in futuro dalla val Aupa, per il troi 431, visitando il Cuel Brusat, per poi passare per i ruderi di casera Valeri alta. Scendiamo dopo le tre e mezza, raggiungendo presto il primo canale. Mi ricordo di quel ometto rinforzato fra i tanti, a posteriori troppo in alto, e che potrebbe fuorviare i traversi d’accesso al punto chiave. Riparto su a razzo, cercando di masso in masso, dopo un centinaio di metri capisco d’averlo tirato su nel canalone parallelo. Doh! Tooorne ju! Passe il bosc e su di gnûf! Intanto lascio Marco a sfogarsi nell’edilizia, tirando su altre piccole torri. I due passaggi nel bosco ci faran perder altro tempo. Conosciamo bene la direzione e dove si nasconda il primo tratto del sentiero, ma vogliamo districare i dubbi dell’andata. In realtà notiamo altri tagli di rami, inequivocabilmente effettuati con una sega. Capiamo allora come in questi traversi così brevi, si sormontino tracce di epoche diverse che fanno uscire più o meno alti sul canalone successivo. Raggiungiamo l’auto quando la Creta di Pricot incomincia a cambiare colore e, come ogni giornata dalla perfetta circolarità zen, divoriamo lo strudel nella stessa ombra del mattino. Ritrovandomi a saltellar ancora, con quel maledetto ghiacciolo che scivola sulla schiena, sotto i vestiti.(05.10.2016)
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