il portale dell'escursionismo montanoInvia una mail a SentieriNatura Utente anonimo 124 ospiti - 2 utenti 
  • Traduci questa pagina con Google Traduttore
  • Traduci questa pagina con Google Traduttore
  • Traduci questa pagina con Google Traduttore
CommunitySentieriNaturaIscrizione feed RSS - Richiede LogIN
Lista forum  ->  Forum escursioni FVG   Precedente Successivo
N. record trovati: 2
Messaggio

Monte Frascola (1961m) dalla val Curta

17-06-2016 13.11
askatasuna askatasuna
Condivido la salita al monte Frascola attraverso la val Curta, partendo dal lago del Ciul, per vecchie e labili tracce. Luoghi davvero impervi e selvaggi. Un bosco impenetrabile che lascia poche visuali, fino al Rugòn. Un lunghissimo ed ampio letto ipluviale che, a parer mio, è la chicca dell’escursione, insieme all'affacciarsi sul limitare occidentale della val Viellia tramite una porticina scavata dagli elementi. Posto qui la salita e non sul forum relazioni non tanto per la mancanza di buone foto (vista la giornata dominata dalla fumate e che veniva data clamorosamente bella), ma per il carattere della salita stessa, come spiegato nelle note a margine. (10.06.2016)


Difficoltà: EE

Dislivello: 1700 metri

Tempo di percorrenza: 9 ore

Cartografia: 028 Val Tramontina, Tabacco 1:25.000


LATO A (pragmatic side)

Lasciata l'auto presso il parcheggio che precede la diga del lago del Ciul, si prende a sinistra il troi 398 che costeggia lo specchio d'acqua. Pochi metri prima dello sbocco di un rio, sottolineato da una marcata ansa con un brusco cambio di direzione, si nota una traccia verso destra che s'inoltra nel bosco. Essa compie un piccolo semicerchio che fa ritornare qualche metro nella direzione in cui s'è arrivati per poi innestarsi su di una traccia netta. Poco oltre si guada lo splendido rio Val Curta con le sue cascatelle e si raggiungono gli stavoli omonimi. Raggiunti i ruderi si nota una mulattiera contornata dai muretti a secco che diparte verso ovest. La si segue fino ad incrociare un impluvio ingombro di sassi. Pochi metri dopo averlo superato, si nota una traccia a destra che prende a risalire quello che diventerà il nostro costone guida. Da qui la traccia è spesso inerbita, rarissimi segni sbiaditi e sparuti ometti non garantiscono un orientamento reso invece sicuro dal rio stesso, il cui rivale s'ha da risalire sulla destra orografica. La traccia prosegue quasi sul suo limitare, passando da una pineta ad un bosco a prevalenza di faggi. Si lambiscono dei costoni rocciosi che van sempre tenuti sulla sinistra e che, in breve, andranno a delimitare ancor di più la salita, avvicinandosi al costone che sovrasta il rio. L'incedere si fa sempre più erto, le tracce labili, ma la direzione è univoca, seppur zigzagante. Si raggiunge forcella Vualt da li Chan (1320m), anticipata da un grande masso guardiano che probabilmente fungeva anche da bivacco di caccia. Alla forcella bisogna prestare attenzione. Scesi di qualche metro si nota una freccia rossa che punta verso destra. Una traccia poco evidente si raggiunge attraverso un esile passaggio scivoloso (ho costruito un ometto). Gira verso sul versante nordest e prosegue in leggera discesa, inizialmente celata dagli arbusti. S'entra poi in un canalino alla cui uscita si prende a sinistra. Qui non abbiamo trovato i segni rossi, ma basta un pò di orientamento e di informazioni altimetriche. Passando per i tratti prativi e la faggeta, si raggiunge in breve la forcella Cuel Flurît (1471m), il cui accesso ho avuto cura di segnalare con un ulteriore ometto. Poco oltre si passa al di sotto d'una conifera rinsecchita, stipite della porta immaginaria che apre la strada verso il Rugòn. Si costeggia un tratto di bosco eroso puntando a ponente, su di una traccia ritornata evidente che s'interrompe davanti a delle cascatelle. Eccolo il Rugòn di cui sopra! La parte più divertente di questa salita votata al salvadi. Raggiuntane la base non v'è altro da fare che iniziare entusiasticamente la salita, prediligendo i piccoli massi o aggrapparsi alla solida roccia e salire in schiena a quelli più grossi. C'è solo da far attenzione ai tratti scivolosi del pietrame. Si tenga il centro del largo impluvio, prendendo solo più in alto, la sua biforcazione a destra, sempre calcandone la sua anima minerale. Si raggiunge così la porta verso il Frascola. Una striminzita forcella poco più alta di quota 1800. Noi abbiam trovato diversi lavinali che probabilmente celavano sparuti bolli rossi e ci siamo quindi calati prediligendo un lavinale, evitando così un digradar detritico. Facendo attenzione abbiamo quindi individuato la traccia proveniente dalla forca dal Bec, che spuntava dalla neve solo in direzione del monte Tamaruz. In ogni caso, si scenda puntando verso ponente, aguzzando la vista per individuare il troi 392, ampiamente segnalato dalle bandierine. Si inizia a risalire un canalone che porta alla ghiaiosa forcella (1880m) ove sono presenti due targhe metalliche del Cai della Val Tramontina, a ricordo di un amico scomparso. Si continua a seguire il troi verso levante fino ad un masso che segnala la deviazione per la cima del Frascola (1961m) raggiungibile in una decina di minuti senza difficoltà alcuna. Ripreso il troi lo si segue fino ad infilarsi in un canalone di sfasciumi ove l'incedere si fa malagevole (per usare un eufemismo). Si continua a perdere quota per poi guadagnare qualche decina di metri e giungere ad un'ulteriore forcellina a quota 1650m circa. Iniziata la discesa porre attenzione ad una voragine comparsa sul troi. Piccola ma profonda. Si continua a scendere fino a trovarsi di fronte ad un salto di ghiaie, segno che il sentiero vira verso sinistra per poi cambiare inaspettatamente direzione con la val Viellia che s'apre sotto i nostri occhi. Si raggiunge infine il bivio con il troi 386 proveniente da casera Chiampis e che va seguito in salita, sulla destra. A tal proposito la Tabacco situa il bivio a pochi passi (quasi un parallelismo isoiptico) dalla forcella, il che non corrisponde proprio alla realtà. Ancora una breve risalita e si giunge alla forca del Frascola (1520m). Da qui è possibile deviare per visitare la tanto famosa Aquila, deviazione da noi tralasciata a causa di una fumate che ci ha accompagnato dalla prima forcella. Per la discesa si segua la scheda del anello della val Viellia di Sentierinatura fino a raccordarsi a Frassaneit con il 398 che in un'ora ci riporterà al parcheggio della diga.

Note a margine:

Innanzi tutto la doppia E serve solo per la seconda parte del “giretto”, la prima necessita assolutamente di una S, che sta ovviamente per “salvadi”. Non v'è spiegazione o foto che tengano e per questo non troverete immagine alcuna. Orientamento e lettura della mappa sono indispensabili per il requisito essenziale di una prima parte segnata dall'autonomia. Non si può affrontare un terreno come questo senza aver dimestichezza con l’ambiente. Una salita Cai-less ma soprattutto GPS-less. La tecnologia deve riposare beata a casa, non solo perché il segnale almeno qui è nullo, ma anche per accettare la libertà, anche quella di perdersi o di dubitare, sapendo ritornar sui propri passi, trovare soluzioni alternative o scovar la traccia. Noi ci siamo mossi con un canovaccio di poche righe che non ha fugato un paio di dubbi sorti in altrettanti punti chiave e risolti a suon di esplorazione e avant-indrè. Detto ciò non ci si muove nell’ignoto, sono presenti tracce spesso evidenti e quasi sempre è l’ambiente stesso a guidarci, incanalandoci nella direzione giusta. Tempo e dislivello sono viziati dalle ricerche. Abbiamo fatto, per difetto, una stima dei due scremandoli dalle verifiche che ci han fatto rasentare i 2000 metri di salita e camminare per dodici ore. Le difficoltà tecniche sono limitate alla percorrenza sugli sfasciumi del ritorno, alla ripidezza del terreno e a tratti (divertenti) di primo grado nel Rugòn.

LATO B (emotional side)

Dopo tanto rieccomi al telefono con Marco. Scatta il totocime che finisce alla prima proposta. Andiam sul Frascola per tracce, dalla val Curta. Itinerario apparso nella guida SAF sulle Prealpi Carniche nel 1986 (consigliatomi dall’autore) e ripreso dal plantigrado Madinelli. L’incedere al Ciul si fa dolce, poi s’entra in un mondo parallelo. Imboccata la traccia per gli stavoli un cartello recita "Vietato catturare le zecche. Zona di ripopolamento". Le risate ci accompagnano fino al rio che prende il nome dalla valle. Un guado lento, per ammirare le cascatelle e la lontana, muraglia che ci separa dalla val Viellia. Sul letto di quel “rug” ci lascio il cuore. Non metaforicamente. Trovo proprio un grande sasso bianco con quella forma e lo lascio in bella vista. Carezza per i pochi silvani che passeranno da queste parti. Raggiunti i ruderi, curiosiamo quelli più conservati. Come sempre ti sorprende scovar traccia umana in questi luoghi, pensando soprattutto a come gli edifici siano stati eretti ben prima che strada alcuna ne facilitasse l’accesso. Ti colpisce anche la cura e l’amore con cui le pietre sono state ammassate una dopo l’altra. Come in una vita di stenti e di fatica s’abbia potuto dedicarsi ai dettagli. Un ingresso, infatti, mostra una lastra di pietra orizzontale ad incastro come architrave e sopra, una più incuneata a mo’ di archetto, che deve aver fatto sputare al costruttore pallini veri. L’incedere procede gentile, sfiorando un muretto a secco ancora ben conservato. L’ampia mulattiera collegava gli stavoli alle case di Ciul. Poi la si lascia e tutto cambia. Pian piano il bosco inizia a ad inarcare la sua schiena, diventando sempre più ripido. Passiamo accanto a delle belle pareti di roccia e intanto il bosco si rizza ancora più in piedi. Alla forcella Vualt da li Chan le poche righe che ci portiamo dietro come indicazione non sciolgono i dubbi. Un canalino presenta tracce evidenti ma probabilmente mira direttamente al Cuel Flûrit, un’altra sembra scendere ma poi si fa via via più erta. Una terza, quella giusta, viene scartata in una prima puntata anche perché il traverso d’accesso ha in parte ceduto e non sembra proprio un cammino. Solo in una seconda curiosata la vediamo rafforzarsi in leggera discesa, celata dagli arbusti. La mappa in questi casi aiuta poco, bisogna provarle tutte, a naso. L’empirismo trionfa sui garbugli mentali, sulle interpretazioni di parole o trattini rossi. Salendo s’apre uno spicchio di visuale sulla catena del Corda. Purtroppo. Purtroppo perché ormai è chiaro che le previsioni siano state fatte a suon di tajuts di chel bon! Il cielo si trasforma in un’impietosa coperta bigia che facciam finta di non vedere, rientrando nel bosco. La forcelletta di Cuel Flûrit la troviamo a tentoni, senza scorgere bollo alcuno, con la stessa logica di cui sopra. Rasentando il muraglione di mughi e faggi fino ad individuarne un varco. Toh! L’architetto degli stavoli dev’esser sicuramente passato di qui! L’ispirazione è molto spesso imitazione, lettura critica e sensibile delle cose, trasformazione del reale. L’uscio che ci fa accedere alla parte più interessante dell’itinerario è difatti sottolineato da un’architrave organica. Una conifera che invita ad abbassare il capo, lasciandosi sfiorare dalle sue mille braccia. In breve, un bisbigliar lontano si fa cascata. Siamo arrivati al cospetto del Rugòn Poco da fare, capricorniche origini non mentono. Nonostante il grigiore s’inspessisca, inizio a scodinzolare! E’ una gioia per la mani! Grandi massi invitano a morderli coi polpastrelli, a giocarci, ad abbracciarli. Le dita si fan orecchie per sentir le pieghe, le zampe si fan leggere tanto che m par di risalire un cratere lunare, un budello di roccia. A volte quelle nudità minerali han deciso di donarsi all’acqua e presentano piccole vasche, altre son diventate giaciglio per terriccio nomade che grazie alla caparbietà simbiotica della flora, ha trovato la sua dimora stanziale. Una miriade di Primule di Wulfen ingentilisce le cicatrici dell’ostinazione dell’acqua e le zolle erbose circostanti. Anche Herr Traunfellner è ben presente. Mi volto spesso verso Marco. Non tanto per aspettarlo, quanto per evitare d’esser bersagliato di sassi. Qui ne si trovano in abbondanza e la sua aura inizia a diventare decisamente erinnica. Già m’immagino le urla che daranno il via all’intifada: “Nin a fa une pasegjade no? Va a **** tu il to salvadi! Se ti cjapi tu ses dal gjat!”. Per mia fortuna la stanchezza o la rassegnazione, prevalgono. E riesco pure a divertirmi! Non aggiro, ma infilo le mani ovunque. La roccia lisa, ha appigli in abbondanza, ove non bagnata presenta un buon grip. Vorrei belare come il mio solito ma non è giornata. E’ tempo di spettri e ombre, timp dal cidin, di inspirâ libertât! E di gjoldile! Poi passiamo accanto ad una parete particolarmente verticale, divorata dal liquido tarlare. L’acqua trova le sue vie preferenziali, scurendo le vie di fuga, rendendosi complice con le rade erbe, di una tela materica. Giungiamo di fronte all’ennesima porticina della giornata, caratterizzata dalle briciole minerali. Qui l’architrave dev’esser crollata. La visibilità è limitatissima e i canaloni innevati. Ne scelgo uno per perder quota con sicurezza, anche se ci porta in direzione del Tamaruz. Che appare per pochi secondi, quelli che bastano per desiderare di calcarne la schiena. Poi i bolli e la risalita. Mi fa strano non aver osservato mammiferi o galliformi in zone così erme. Devono essere stracolme di vita. Ma l’ambiente acuisce la sensibilità ed in lande così solitarie ogni fruscio è un boato, ogni respiro un allarme per chi, nel silenzio, ha trovato una sentinella ed un alleato. Prendiamo la deviazione per la cima, riuscendoci a stento a seguire con lo sguardo. Fumate plene! Generosi cespi di Orecchia d’Orso si fan esagerati bouquet che sfondano, col loro giallo intenso, ogni vaporosità. La croce, distesa, dorme sonni tranquilli. Un attimo per fotografare il lenzuolo che ci circonda e via… Il ritorno spesso fa tirare il fiato, ma non è questo il caso. E’ lungo e faticoso. Primo fra tutti quel canalone di sfasciumi, avido divorator di suole. Scomodo ed introverso, mai che si degni di farti scivolare, inghiottendoti le zampe! Qui le rocce cadon a scaglie! Poi un’altra risalita con relativa forcelletta. Poco sotto s’è aperta una piccola voragine. Profonda. Dei Nontiscordardime si protendono a curiosarvi all’interno. Persi un centinaio di metri scarsi, il troi si ributta nel versante della val Viellia. Non capiamo il suo giro. D’altronde non vediamo nulla, in ogni pietra si nasconde l’ala di un’aquila e non intuiamo che si stiam calpestando quei puntini che virano leggermente verso nord. La stanchezza mentale gioca un ruolo fondamentale e votati ormai alla ricerca, alimentiamo insussistenti titubanze che ci portano a risalire. E’ assurdo ma ci fidiamo meno dei bolli che delle tracce evanescenti. Poi accettiamo l’ovvio e raggiungiamo la forca del Frascola. Anche qui l’agognata e rilassante discesa è un miraggio. Il troi è l’impluvio stesso. In più i miei pantaloni iniziano a popolarsi. Da qui al lago la strada è ancora lunga e mi vedrà procedere a scatti, accelerando, per poi fermarmi a toglier nei con le zampe, senza far fermare il buon Marco. Une tirade daspò di che atre! Senza sosta, ormai col buio, raggiungiamo l’auto. L’aquila è pronta, lontano da occhi indiscreti, a lasciar le sue forme di pietra per pattugliar le valli. Io le do appuntamento a quando il sole la condannerà nuovamente all’immoto.
Messaggio
20-06-2016 15.22
marco.raibl marco.raibl
Comincio con soavità: una bella musata nella terra nera,grassa di foglie marce. Mi lordo il muso fino ad imbrattare per bene gli occhiali e mi alzo sputando sassolini e legnetti. Ma poi,con una bella risata,riparto,con Askata-sadik che già inizia a ravanare tra ruderi muschiosi. Tre ore dopo si manifestano i primi disordini emotivi. I su e giù e gli avanti e indietro innescano divergenze interpretative. Ne usciamo,ma il seme del dubbio e del sospetto è stato piantato. Ci si guarda,pensando che ogni titubanza,ogni intoppo siano dovuti a quell'impedito che ci accompagna. Cominciano dialoghi pieni di insinuazioni velenose,anche se il rispetto reciproco (che è tanto) ci evita di scadere nella volgarità. Con la nuvolaglia le cose peggiorano. Il sottocritto perde la trebisonda e misura le distanze sottostimandole pericolosamente. Il tempo passa,inesorabile,e la meta (l'auto) è lontanissima. Il compagno sembra indifferente e tira la carretta. Ogni tanto mi irride dando un'accelerata (inizio a stimarlo di meno). Come a volte accade,ci si inventa nemici: gli infami massi,le subdole ghiaie,le viscide foglie,ma sono gli schianti,i peggiori,i veri persecutori. Poi anche l'odio irrazionale svanisce. Mi arrendo all'angoscia del buio che incombe,ma subito penso che nello zaino c'è la lampada frontale e che un tocco di pizza attende nel bagagliaio. Sono salvo. E quando Askata-satan mi chiede di liberargli le carni da piccolissime,fameliche creature,penso: finisce proprio bene!
© Redazione di SentieriNatura - Udine, - Ivo Pecile & Sandra Tubaro - Sito ottimizzato per una risoluzione di 1024x768 - Privacy & Cookies - Powered by EasyDoc - Webdesign by Creactiva