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Mont Le Piche

02-02-2016 18.07
askatasuna askatasuna
In una giornata di fine agosto, ammantata da foschia e nuvolaglia, traversando con Marco i Falcons, me la son vista lì a pochi metri. Le Piche. Con la sua mole rocciosa spelacchiata dal fuoco. Mi affascinano quella cresta e quelle pareti strapiombanti. Apro la cartina, gli do un nome e noto una traccia partire in corrispondenza del troi 428, poco dopo le case di Saletto. M'intriga e mi riprometto di indagare. Invece, senza rifletterci, senza inquadrarlo, col lampo di genio di chi è pronto per andare sotto le coperte penso: ma sì, domani si va a fiutar tracce. Bastava collegare nomi e luoghi, ricordarsi delle immagini che passan veloci quando torni a casa, per associarlo, come aspetto, non tanto alla Creta dai Cronz, dalla sola chioma spelacchiata, ma allo Jovet, falcidiato dai roghi. Condivido qui il diario d'una giornata che ha rasentato la follia.

Per chi non desiderasse sorbirselo in toto gli basti la seguente sintesi: NON VARCATE QUELLA TRACCIA!

Scendo dall'auto e le rimembranze si coagulano di botto in un'immagine. Quella d'un bosco devastato. Oggi le ferite mostrano già i segni della lenta cicatrizzazione. Qualche chioma ed il verde del sottobosco. Sulla destra, all'inizio della strada privata (sbarra) che coincide con il troi 428, parte una scalinata che porta ad un placido noccioleto. Tanti i bolli rossi (e non solo) che guidano verso una mulattiera che punta parallela verso Pietratagliata. Sono indeciso se cambiar meta, ma sono curioso se quelle bollinature propongano una via sul versante settentrionale del monte. Le seguo, oltrepassando l'impluvio del rio Palate quando risulta chiaro come scendano a collegarsi con la carrareccia che sale a casera Slenza. Ritorno sui miei passi, ormai cambiar meta non ha senso. Ci provo. Per riaccomodarmi all'ipotetica traccia, taglio ad istinto per il bosco superando una parete viscida. In alto mi accorgo d'esser salito troppo presto, giusto al di qua d'un altro sfogatoio, dalle pareti scavate, alte ed invalicabili. M'inerpico per un bosco ripido e caotico, fino a trovare il punto migliore per oltrepassare l'ostacolo. Poco dopo appare l'anelato cammino. Prima esile, poi sempre più largo, si trasforma anch'esso in mulattiera. Seguirlo è un'impresa. Non una manciata di metri son liberi dagli schianti. Seguo spesso i tagli dei camosci. La terra fusa è divenuta sabbia, sulla quale le impronte ungulate risaltano, scavandola come se ci fosse passata una processione, facendo emergere anche qualche caricatore, scampato agli avidi metal detector. Mi chiedo ancora se tutto ciò abbia un senso. Il lato emozionale s'è riparato nel bagagliaio dell'auto. Le mani iniziano a cambiar colore. Ma intorno ai 1100 il bosco s'apre, diventa faggeta, appaiono i primi ruderi. Capisco subito che non si tratta di stavoli, bensì del prolungamento degli acquartieramenti della val Alba. Al suolo trovo un magnifico treppiede in ferro ornamentato, probabilmente una base d'appoggio d'una stufa. Una specie di sottile cornicione cementato segue la dorsale del monte. Pare l'estremità d'un marciapiede. Poi, ove è meno sommerso dal sottobosco, si rivela una canalina. Vi si trovano anche due grandi vasche ben conservate per abbeverare i muli e qualche metro di trincea. I faggi del pianoro han resistito bene alle fiamme. Un morbido tappeto di foglie lo testimonia. Alcuni han dimensioni ragguardevoli. Continuo a seguire la mulattiera a distanza, cercando i varchi, con continue deviazioni di percorso. Riposatesi alla faggeta, oltre questa le fiamme han divorato ogni cosa. La terra, d'un marrone smorto, ha la consistenza della cenere. Da qui capisco come il troi sia in stato d'abbandono da decadi. Mughi giganti, dalle braccia che sfiorano i due metri, stringon a sé la mulattiera. Scheletriti. Silenti. Per superarli salgo in cresta della prima cimotta, pronto oramai al dietro front, quando finalmente si rivela la cresta rocciosa. In lontananza solo pietra e delle macchie di mugo, verde intenso. Trappola perfetta per allodole curiose. Mi decido a proseguire, si, ma come? La traccia è sempre più invasa da quei rami senz'anima. Qualcuno s'aggrappa ancora, solido, alla memoria della vita, altri ti rimangono in mano di colpo. Districarsi è un'odissea. Passata l'ultima barriera di mughi, il versante roccioso mi da il benvenuto con dei canalini friabili che oltrepasso con molta cautela. Poi, finalmente, una cengia solida ed obliqua. Passaggio obbligato per entrare nel lacrimatoio del monte. Tutto cambia faccia ed aspetto. Dome claps. A tratti di medie dimensioni, con qualche macigno, altri di ghiaino puro. Una piccola mugheta verde funge da confine, poi si ripiomba nella desolazione. Ancora una selva d'ossa. Impenetrabile. Mi porto verso la cresta utilizzando delle paretine inclinate di roccia buona per arrampicare. Da questo lato le prime due picche si fan giallastre ed imitano la forma d'un cammello. Mi fermo, grondante, con lo sguardo rivolto verso il basso a ricercar una via di fuga verso i canaloni di Ponte di Muro. Sono tentato, pronto a partire, per arrendermi alla stanchezza. Ma sarebbe stato fatale. I boschi smangiati impediscono ogni risalita verso il 429 e non si vede la fine di quelle cascate di ghiaia. Basterebbe un salto di una manciata di metri per farmi passare la notte all'agghiaccio. Troppo azzardato. Riparto. L'ultimo tratto è lotta impari con i resti del rogo. Poi finalmente la vetta. Coperta di neve. Respiro. Non v'è traccia di felicità in me. Ne di emozioni. Sono stravolto da quasi cinque ore di patetica ostinazione. Ingannato da speranze mal poste. Aggrappato all'idea di riuscire a raggiungere la forcella che separa La Piche dai Falcons. Un sorriso me lo strappa un branco di camosci, proprio sulla cima che mi sta di fronte. Fuggono compatti sopra di essa, poi, scoprendo che gli zoccoli non fan presa sull'aere si voltano, tuffandosi nei boschi verso casera Ponte di Muro. La neve è marcia. Percorro la crestina con cautela. Batticuore. Non tanto per timore di scivolare per centinaia di metri a valle, ma per la trepidazione d'individuare una via di fuga verso i Falcons. Scorgo la traccia innevata che dalla cima di questi ultimi scende verso la forcelletta. E' talmente vicina che si notano le orme dei camosci. Il tratteggio sulla cartina percorre le mie orme ma attorno a me, solo vuoto. Quel vuoto bianco. Senza consistenza, senza presa alcuna. Se son giunto fino a qui è solo perché ero perfettamente conscio di poter ritornare sui miei passi. Sono le due. Sento la stanchezza che mi pesa come uno zaino da bivacco speleologico. Ma non mi arrischierei mai a scendere da queste torri. E' tardi. Mi volto, gli occhi si serrano e il corpo prende possesso della mente. Nello stesso istante in cui essa cede, dando fuoco alle riserve, scaricando ogni adrenalina possibile. Una determinazione celata in ognuno di noi. Tanto che, ridiscesa la cresta, provo ancora ad aggirare il torrione da sotto. Altra mezz'ora d'inutile pugna. Poi s'ha da correre. Quando possibile. Per bypassare gli ultimi mughi risalgo la cresta con gli appoggi che scivolano sulla sabbia quando sfioro una pietra dalle dimensioni d'un pallone per saggiarne la stabilità. E lei, senza avviso alcuno, si prepara al tuffo. Come se aspettasse da tempo un'ultima, pietosa carezza per lasciarsi andare. La tengo a fatica. Mollarla significherebbe probabilmente seguirla nel suo volo. Pochi istanti, che si fan eterni, a cercare un modo per spostar di poco il corpo senza scivolar con lui. A pensà: e cumò ce o vares di fa cun te, mò? Poi, avvolto dagli echi del suo precipitare, guadagno l'ultimo metro. E' fatta. Ora m'aspetta solo quel bosco ed il buio che mi raggiunge sugli ultimi scalini. Una giornata che mi ha lasciato segni interiori ed esteriori. Pachis, sgrifignadis, lis mans neris e la muse infrusignade. Ho percorso tracce che ormai appartengono al mondo dei fossili. Destinate all'oblio. Seguendo i fantasmi d'un troi che doveva essere splendido, vario negli ambienti, incastonato tra panorami ariosi e l'austera muraglia del Çuc dal Bor. Sfiorando la storia e ricalcandone i passi. Ma il gioco non è valso la candela. Le rimembranze delle vampe si son saziate con brandelli d'alma inerme. Serviti su di un piatto di superficialità, condito da una spolverata della stessa curiosità che uccise il gatto. (26.01.2016)
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