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20-08-2013 16.41
sergio sergio
Ci sono momenti che non posso affidare ad uno scatto fotografico quale surrogato dei ricordi, che, mio malgrado, sono sempre più sbiaditi. Nasce allora l'esigenza di dover ripercorrere alcuni sentieri, per non dimenticare.

Dopo circa quattro ore arrivo in prossimità delle rocce sommitali. Anziché salire sulla vetta, svolto a sinistra e proseguo per un'altra ora. Perdo quasi immediatamente quota fino a raggiungere l'intaglio che separa le due crete. Sotto i miei piedi la terra non è ferma, il pietrisco rischia di farmi vacillare, le mie gambe sono salde e proseguo a piccoli passi. Salgo dei gradini scavati nella pietra, supero alcuni salti di roccia senza patire danno, smarrire il sentiero potrebbe essere fatale. Diciamo che non lo classificherei tra i sentieri dell'amore, che attraversano variopinti cespugli silenziosi (a proposito manca una guida).
La severità dell'ambiente non consente distrazioni.

Giunto sulla vetta, mi guardo attorno, i miei occhi cercano, e cercano ma non riescono a vedere nulla... allora li chiudo.
Alcuni istanti e mi raggiunge un giovane alpinista, siede accanto a me, mi saluta e con fare gentile mi chiede se posso fargli una fotografia. Acconsento con un sorriso. Prima di mettersi in posa, prende il cappello di alpino e lo posa sulla pietra più alta, poi mi dice: ”ora puoi scattare”.

Un soffio gelido mi desta, respiro profondamente, apro gli occhi... dinnanzi a me la creta di Timau e il Gamspitz.
Allegato: 1.JPG
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01-11-2015 17.29
sergio sergio
E' vero che il volto della montagna mi è più familiare di quello degli uomini, tuttavia questa particolare forma di misantropia d'alta quota non mi ha mai impedito di scambiare qualche parola con altri bipedi implumi. A volte mi accompagno con uno di loro ma solo quando la mia predisposizione d'animo si fa pericolosamente troppo “Social”.

Non fate caso alla mia delirante arroganza, piuttosto al festival della retorica che sta per incominciare.

L'alpinista che conobbi sulla cima della Chianevate era un giovane ingegnere originario di Paluzza, quelle montagne le conosceva bene. Un viso pulito faceva da cornice ad un sorriso sincero.
Nonostante siano passati alcuni anni, il ricordo è vivo di quell'incontro al quale ne seguì un altro, ma, come accade troppo spesso, alla fine, ci si perde di vista.

Non ho fretta di scorrazzare lungo creste di marzapane e di trovare conforto non più in freddi e umidi antri muschiosi ma in giacigli di zucchero filato, io ascolto sempre chi ha i capelli bianchi.

… perché l'erba che brillava al sole non era altro che la sua chioma canuta.

Buone escursioni a chi non va in letargo.
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04-11-2015 20.59
sergio sergio
Sembra sia passato un secolo da quando ero un giovane studente universitario.

A quel tempo i telefoni “portatili”, ingombranti e pesantissimi, si vedevano solo nei film e la specie dominante era ancora l'uomo. La coscienziosità, lo scrupolo, lo zelo con cui si pianificavano le attività ludiche ci ponevano al riparo da qualsiasi (o quasi) inconveniente che potesse presentarsi.

Ma l'imponderabile, si sa, è sempre in agguato.

Ricordo di una giornata passata in territorio austriaco con ai piedi gli sci e le pelli.
A metà pomeriggio io e i miei tre amici decidemmo di scendere a valle lungo il versante est, meno ripido.

Un bosco impenetrabile ci separava dal fondovalle, ci rallentava, mentre il buio avvolgeva tutto.

Sull'ampia radura sorgeva quello che noi stimammo fosse un rifugio, entrammo... era un bordello.

una bionda bellezza mi si fece incontro, senza molti talenti, non sapeva ballare né cantare ma mi fu subito evidente che le sue doti erano altre. Sopra la sua testa una scritta al neon lampeggiava: “l'amore vince su ogni cosa”.

A questo non ero preparato. Avevo lasciato il portafoglio in auto.

Sorrido al ricordo, un po' meno oggi.
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20-11-2015 17.29
sergio sergio
Per sfuggire le insidie di un pensiero abusato che reca con se ineliminabili concrezioni di senso...


Edipo di Coi, figlio di Laio e Giocasta viene abbandonato appena nato perché un oracolo ha predetto al padre che il bimbo sarà il suo assassino.

Il bimbo viene salvato e allevato dal Cai, mamma di tutti gli escursionisti.

Cresciuto, s'interroga sulle proprie origini e consulta a sua volta l'oracolo che gli sconsiglia la Grauzaria, perché altrimenti sarebbe diventato l'assassino di suo padre e lo sposo di sua madre.

Un giorno, mentre sale il 437 incontra Laio che scende, non avvedendosi di quest'ultimo perché assorto nei suoi pensieri, lo urta facendolo cadere in un canalone.

Giunto alla casera Flop, dove risolve gli enigmi della Sfinge che ostruisce la via, per ricompensarlo, i grauzaresi gli danno in dono la mano di Giocasta.



Che significa? Non lo so. Cosa ha a che fare con l'escursionismo? Lo ignoro.
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