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Rua Alta (forcella)
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Messaggio
24-06-2014 07:22
askatasuna askatasuna
Il solitario pomeriggio di lettura e contemplazione salta, guardo i piedi, non serve convincerli, ci si da alla fuga con la scusa di sbirciare da forcella Rua verificando che il troi per l’anello del giorno dopo sia effettivamente percorribile e sgombro. Qualche nevaio residuo mangia il sentiero verso la forca e ne approfitto per crearne uno mio che dapprima segue i cromatismi dei ranuncoli e delle primule di Wulfen, poi una verticale immaginaria. Il versante settentrionale è in gran parte libero ma dei nevai sembrano persistere proprio su alcuni tratti dei ghiaioni ove scorrono, sottilissimi e poco individuabili, i troi 368/373, già poco stabili di per sé. Scarto l’ipotesi puntando al piano B, ossia individuare la traccia nera tratteggiata sulla carta che, dalla casera, punta alle Sarodine. Intanto mi faccio prendere dalla gola di traversata, partendo verso la dorsale del Rua. La cresta è d’atmosfera, affilata e strapiombante, circondata da fumosità che alimentano il pathos. Poi di colpo, il disco s’incanta e la cresta si spacca. Sarebbe necessario calarsi sulla lama del rasoio e tentare un’impossibile arrampicata di un paio di metri su di una roccia che si sfascia solo a guardarla. Tutto porta a fare dietrofront, l’alternativa è provare ad aggirare lo sperone scendendo su terreni ripidissimi, superando un tratto d’erba prima e di sfasciumi poi. Passo lunghi minuti ad osservare l’inestricabile rebus. Non c’è ragione di proseguire, ma lo sguardo non molla e cerca ostinatamente un passaggio. Dubbi e vocine si sovrastano le une con le altre. Alla fine ascolto quella che avrei dovuto zittire per prima e scendo con molta cautela per passare quei delicatissimi metri. Concentrato ma teso, poco dopo son di nuovo sulla cresta che ora si fa più verde e mi accompagna gentilmente ad una vetta avvolta dai fumi, pronta a schernirmi come merito. In discesa, sobbalzo alle prime piccole Linarie così come davanti agli strapiombi di Forni e Cima Suola. Un’aquila volteggia. Alta. La cresta delle Sarodine si fa bella di colpo e tutto sembra tornar tranquillo quando il troi s’immughisce di colpo, spingendo spesso sui dirupi fornesi. Fino a ritrovare il 373. Lì. Qualche metro più in basso. Ci separa un canalino detritico formato dal crollo del pezzettino di cresta che scendeva dolce. Uff! Inizio a erodermi pian piano anch’io. Non mi fido a scendere verticalmente quei pochi metri ove sembra scivolar a valle pure lo sguardo su di un ghiaino né scorrevole, né sprofondante come servirebbe. Ma non ho scelta. No way back! Ci provo da sopra: un saltello, una strattonata di mugo ed è fatta. La traversata è costata molto più del preventivato, emotivamente e fisicamente. Tuttavia l’animo non può permettersi di riprendere fiato, resta l’incognita de “la traccia nera”…ta-daaaan.. L’esile scia emerge fettucciata sulla destra quando il troi, sceso dalla sella, riprende a salire verso le Sarodine. Il tratto che sembra breve sulla carta, in realtà è scomodo e articolato. Generoso, regala altri 250 metri di dislivello con una discesa (e risalita) abbastanza ripida. Pur venendo alle mani con i mughi, perdersi è impossibile. Il batticuore però aumenta. Dalla casera si notavano grossi lavinali di terra. E alla fine arrivano. Il troi è spazzato via per oltre una cinquantina di metri. Il terreno pur consolidato è scomodo e insicuro. Serve molta attenzione e sangue freddo. L’ultimo tratto col nevaio non impensierisce. Ritorno in casera talmente stanco che pure il dolore, ormai stufo, è sparito da mò. Gli ultimi passi son per riempire una tanica alla fonte del Clap, lasciando scorrere la tensione a valle, come l’acqua.(21.05.2014)
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